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martedì 14 novembre 2017

Lo scrittore e la montagna



“Può anche apparirti del tutto diverso, da adulto, un posto che amavi da ragazzino, e rivelarsi una delusione; oppure può ricordarti quello che non sei più e metterti addosso una gran tristezza”

Tra le mie letture preferite ci sono molti libri che hanno vinto premi importanti, quali lo Strega e il Campiello. Sono opere di autori che hanno lasciato un’impronta significativa nella nostra letteratura, autori con i quali sono cresciuto e mi sono formato. Penso a Pavese, a Moravia, alla Morante, a Tomasi di Lampedusa, a Calvino, a Cassola, a Petroni, a Silone, a Tabucchi…Tanto per fare qualche nome. Devo dire, però, che da un po’ di tempo a questa parte, l’assegnazione di tali ambiti riconoscimenti si ispira più a criteri commerciali che letterari, tant’è che difficilmente mi lascio irretire dall’uscita dell’ultimo “capolavoro”, vincitore di questo o quell’altro premio. Non leggere il libro del momento - che di solito decora le vetrine di tutte le librerie - può addirittura apparire come una forma di snobismo o insofferenza per il bestseller, tuttavia ritengo che a volte un romanzo debba maturare e aspettare tra gli scaffali, perché in letteratura e, in particolar modo nel mondo editoriale, nessun giudice è più giusto e veritiero del tempo.
Devo dire, però, che così non è stato per il romanzo di Paolo Cognetti “Le otto montagne” (Einaudi editore), vincitore dell’ultimo Premio Strega. L’ho letto la scorsa estate, a pochi giorni dalla sua pubblicazione, con discreto gradimento. E’ un libro che si allontana dalle mode editoriali e letterarie oggi vigenti. Ricordo che ero rimasto particolarmente colpito dalla semplicità e dalla timidezza di questo giovane scrittore milanese, dall’indole solitaria - non ancora quarantenne -  il quale,  durante una sua intervista televisiva, raccontava di come un bel giorno, stanco della vita di città, avesse deciso di trasferirsi in una baita a duemila metri di altezza, lontano dal caos, dalle macchine e dagli uomini. Era cresciuto in montagna, la sua palestra di vita: almeno fino ai vent’anni era stato il luogo dell’estate dove si liberava di tutte le regole e tornava in uno stato quasi selvatico, per lui sinonimo di libertà e di felicità “Se uno va a stare in alto – scrive nel libro - è perché in basso non lo lasciano in pace”. Insomma, aveva scelto una vita da eremita, con due sole fidate presenze a vigilare sulla sua sicurezza: la scrittura e la montagna. La scrittura – come diceva Pavese – ti permette di parlare da solo e, contemporaneamente, di parlare ad una folla; la montagna, invece, ti fa apprezzare il silenzio, ti spinge a cercare una dimensione più umana, ti invita a conquistare la sua vetta, ti costringe a governare le tue paure. E, sempre la montagna, sembra volerti accogliere, come se uno fuggisse in alto dalle cose che lo tormentano in basso. Sapeste quante volte anch’io ho immaginato di isolarmi in un simile contesto! Poi, finisco soltanto per fuggire nel mondo dell’immaginazione, che è pur sempre un vasto territorio gratificante, dove il rischio di essere inseguiti è davvero minimo.

Il libro di Cognetti racconta, con una prosa essenziale e, direi, con ritmi estremamente lenti - come si conviene ad una storia ambientata in alta montagna - l’amicizia autentica e genuina tra due ragazzi della stessa età (che diventeranno poi uomini) i quali, pur nella loro apparente diversità (Pietro è un ragazzino di città, solitario e scontroso, Bruno, invece, vive quasi allo stato selvatico pascolando le vacche tra i monti), si ritrovano tutte le estati in un piccolo paese ai piedi del monte Rosa (Grana), dove i genitori di Pietro, appassionati di montagna (si sono conosciuti e sposati sulle pendici delle Tre Cime di Lavaredo), amano trascorrere le vacanze estive. Ma il libro racconta anche il controverso rapporto, a volte competitivo, tra un padre e un figlio. “Sapevo una volta per tutte – dice il protagonista  di aver avuto due padri: il primo era l’estraneo con cui avevo abitato per vent’anni, in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo intravisto eppure conosciuto meglio, l’uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l’amante dei ghiacciai…”  Un testo autobiografico che può essere letto, oltre che come un romanzo di formazione, anche come un invito a guardare il mondo con occhi differenti. “Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand’ero bambino – scrive Cognetti – perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sì, parla proprio di questo”.

lunedì 6 novembre 2017

L'unità d'Italia, dalla parte dei vinti e dei traditori



Nonostante la prosa sia influenzata da leggeri rigurgiti retorici tipicamente ottocenteschi e sia impregnata di un eccessivo lirismo religioso - che apparentemente potrebbero appesantirne la lettura - devo dire che nel suo insieme il romanzo storico “L’alfiere” di Carlo Alianello (pubblicato la prima volta nel 1942), presenta interessanti spunti di riflessione, che potrebbero incuriosire quei lettori interessati all’approfondimento delle innumerevoli tematiche risorgimentali.

Attraverso le vicende dei due protagonisti del romanzo - quali l’Alfiere Pino Lancia (di origini lucane), un giovane ed aristocratico ufficiale dell’esercito del Regno delle due Sicilie, pervaso da una salda e indiscussa fede borbonica ed il monaco siciliano Frà Carmelo, sostenitore della lotta garibaldina e, successivamente, cappellano delle truppe borboniche, messaggero di una forte e popolaresca fede religiosa - Alianello ci racconta, in maniera appassionata, la guerra fratricida combattuta fra le truppe borboniche e quelle garibaldine. Ma ci racconta anche la “storia” dalla parte dei vinti e dei traditori che, forti dei loro ideali di libertà - i primi - e delle loro meschine opportunità - i secondi - combatterono fino all’ultimo la stessa battaglia.

Nella prima parte del libro – che io ho trovato alquanto lenta ed a tratti anche noiosa, tant’è che mi sono trovato più volte sul punto di abbandonare la lettura - Alianello si sofferma in modo particolare sui dettagli dei numerosi scontri in territorio siciliano; e lo fa attraverso la descrizione di una variegata umanità povera e sofferente, per lo più appartenente alle classi più umili e disagiate del regno borbonico, la quale si trova a dover combattere una guerra già perduta in partenza e che fa da contorno ai due personaggi principali sopra citati, i quali si alternano nelle pagine del romanzo attraverso le loro personali e parallele vicende umane e cristiane. I due protagonisti del romanzo (che si incontreranno solo nei pressi di Gaeta, ultima roccaforte del Regno di Francesco II di Borbone), contribuiscono in maniera diversa e complementare a disegnare uno spaccato di un periodo storico molto controverso come quello risorgimentale. Pino Lancia, simbolo dell’onore militare, della fedeltà alla bandiera e degli ideali incorruttibili, è il fedele servitore di un regno in disfacimento, quello borbonico, attaccato dai Piemontesi, in nome dell’unità d’Italia; Frate Carmelo, invece, “con la camicia rossa e il cordone di S. Francesco”, emblema universale della pace e della cristianità nel mondo, è il servitore devoto di una chiesa che ha come compito spirituale quello di dare conforto e redimere dal peccato tutti gli uomini in guerra, sia quelli fedeli alla monarchia borbonica, che quelli avversi.

Il libro è pervaso da una sorta di sconsolata rassegnazione sull’esito di una guerra che appare irrimediabilmente perduta dall’esercito borbonico, guidato da generali corrotti e incompetenti, un esercito che sebbene fosse integro e ben armato, nonostante fosse molto più numeroso delle truppe garibaldine “...capitolava ignobilmente disponendosi a uscir da Palermo con armi e bagaglio”. Avvertiamo, inoltre, tra la descrizione di una battaglia e l’altra, tra una delusione ed una sconfitta, anche il tormento sentimentale di Pino Lancia per i suoi vagheggiamenti amorosi, a volte platonici ed a volte passionali, incarnati da tre donne molto diverse l’una dall’altra, che vogliono rappresentare tre differenti stati d’animo nei confronti del sentimento universale dell’amore.

Il libro vuole anche essere un’amara testimonianza sul comune sentire di un popolo, quello meridionale, che non crede più agli uomini che lo rappresentano nelle istituzioni, “perché sono tutte facce dello stesso Pulcinella”. Dietro le parole astratte di Stato e Patria, spesso si nascondono gli uomini peggiori, che si manifestano con gli imbrogli, la corruzione, i traffici illeciti, le truffe. Ma “chi è il nemico vero del mio paese?” si chiedeva Pino Lancia, “Garibaldi e i Piemontesi che vengono di fuori e a tutti i costi ci vogliono regalare questa benedetta libertà, che chi sa che gli pare e il mondo resterà sempre quello che è, o quelli che ci hanno governati sino ad ora, che hanno voluto ed hanno tollerato, per i loro fini, il sopruso, il raggiro, la corruzione?”

Insomma, tutto cambia affinché nulla cambi, sembra essere l’amara conclusione; lo stesso spirito che ritroviamo in seguito anche nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, e che sembra accompagnare da sempre la storia e le sorti del nostro Paese.

giovedì 26 ottobre 2017

E' tempo di olive



Tra tutti gli alberi presenti in natura, l’olivo è quello a cui sono più affezionato: una pianta di straordinaria e antica bellezza che accompagna da sempre la storia dell’uomo, fin dalle sue origini. Simbolo di pace, di fecondità, di resistenza, di unione familiare (le mie reminiscenze scolastiche mi riportano ai versi dell’Odissea e  a quel letto scavato nel tronco di un albero d’olivo che ornava “la maritale stanza” e rinforzava segretamente l’unione matrimoniale tra Ulisse e Penelope).
Dell’olivo mi affascina quel suo tronco attorcigliato e scanalato dal tempo, tanto che nell’osservarlo uno si chiede come possa stare in piedi e dare linfa ai suoi frutti; mi conquista la sua sorprendente longevità (ne esistono tantissimi plurisecolari, alcuni addirittura millenari);  e mi ispira, ogni qual volta lo guardo, un piacevole senso di pace, di forza e di arcaica saggezza. Confesso che quando mi trovo a camminare tra i miei olivi nel Cilento, alcuni secolari altri piantati dal sottoscritto solo una ventina di anni fa (ho ereditato da mio padre un piccolo terreno situato su una collina),  non mi stanco mai di ammirarli. Potrei stare lì delle ore in solitaria contemplazione, avvolto dal silenzio e protetto dalla loro imponenza. Quella vista mi commuove e mi rende felice. In tali occasioni mi viene sempre in mente quello che scriveva Giuseppe Dessì in un suo famoso romanzo ambientato nella Sardegna dei primi anni del ‘900, “Paese d’ombre”, a proposito di queste piante che sembrano sfidare il tempo ovunque esse si trovino, in Sardegna come nel Cilento:

“… erano simili a enormi pachidermi, con il loro tronco colossale, sproporzionato e gibboso (...) Il ragazzo camminava nell’oliveto silenzioso, e camminando contava gli olivi. A vederli dalla strada, sembravano tutti uguali; ora invece, per la prima volta, si accorgeva che erano diversi: avevano ognuno una fisionomia particolare, come persone. Se guardi da lontano la gente che affolla una piazza, o una processione che ti viene incontro, ti sembra che tutte le persone siano uguali: se invece ci vai in mezzo ti accorgi che si assomigliano, ma nella somiglianza sono diverse. Così era anche per quegli alberi di cui percepiva il silenzio, non come si percepisce il silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio di persone che stanno zitte e pensano “. Forse solo un grande poeta potrebbe trovare parole più belle per descrivere quello che si prova camminando tra gli olivi.
Mi domando: ma esistono ancora in questa nostra società supertecnologizzata “persone che stanno zitte e pensano”? Guardandomi in giro (per strada, sui mezzi pubblici, nei locali…) vedo solamente persone che parlano ad alta voce con un telefonino o smanettano come indemoniati sui tasti del loro giocattolo più amato. Forse costoro non hanno mai visto un olivo, se non in fotografia; forse hanno paura del silenzio e non pensano, presi come sono a navigare in un mondo sempre più virtuale e lontano. Mi viene da pensare che oggi stanno zitti e pensano soltanto quei vecchi contadini ormai condannati a sparire, il cui corpo ricurvo, i cui volti bruciati e rinsecchiti dal sole, le cui mani nodose per il duro lavoro nei campi, ricordano proprio le forme irregolari di questo albero antico e meraviglioso: l’olivo. Credo che il contadino, nella sua accezione più vera, sia ormai una figura in via di estinzione; l’olivo, invece, l’unica pianta che davvero gli somiglia, con le sue nodosità ed i suoi tronchi contorti, con le sue belle foglie argentate, resiste al passare dei secoli ed appare come una presenza quasi umana, senza tempo. Eterna. E’ un autentico monumento naturale: andrebbe salvaguardato…studiato…osservato. Le scuole, di ogni ordine e grado, dovrebbero organizzare visite guidate negli oliveti e nei frantoi. Ognuno di noi dovrebbe provare - almeno una volta nella vita - a raccogliere manualmente le olive e seguire tutte le fasi della lavorazione. Vi assicuro che quando ci si arrampica su una pianta di olivo muniti di un piccolo rastrello per “pettinare” i suoi rami carichi di olive - che vanno poi a cadere su un apposito telo steso per terra intorno all’albero – si prova una intensa e bellissima emozione. E’ un’ esperienza umana unica, degna di essere vissuta, che ci rimanda a una dimensione della vita più semplice e genuina, lontana dal caos, dalla fretta, dalle macchine. Potersi, poi, portare a casa il proprio olio extravergine rappresenta il giusto coronamento di un percorso lavorativo, fonte di piacere e soddisfazione. Un modo per apprezzare ancora di più l’origine di quel gesto semplice e genuino che si perde nella notte dei tempi: versare un filo di olio di oliva (il nostro olio) su una fetta di pane.

domenica 8 ottobre 2017

Il silenzio delle cicale



Con il suo romanzo di rara bellezza che si intitola “Il silenzio delle cicale” (pubblicato nel 1981 da Garzanti editore), lo scrittore piemontese Gian Piero Bona (nato a Carignano 91 anni fa) racconta la storia della decadenza economica e morale di una ricca e nobile famiglia di origine austriaca - trapiantata in Italia - in un arco di tempo relativamente breve che va dal 1930 al 1950. E lo fa attraverso la voce narrante di un suo rampollo, Tristano Baumgrille, il quale, sulla soglia dei cinquant’anni - musicologo squattrinato in un caffè-concerto sulle rive del Danubio - ritorna dopo circa venti anni nel paese della sua infanzia, in quella sontuosa dimora in stile fascista (ormai di proprietà dello Stato) situata sul dolce pendio di una collina nei pressi di Torino, dimora che aveva visto l’ascesa e poi progressivamente la rovina dell’ illustre casata. La vicenda può essere inquadrata nel filone delle grandi saghe familiari, un genere letterario che annovera molti capolavori della letteratura: da “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa a “I Vicerè” di de Roberto, da “A Dio piacendo“ di  d’Ormesson  a “I vecchi e i giovani” di Pirandello.  Tanto per ricordare qualche titolo. Libri che ho letto e riletto nel corso degli anni, e sempre con rinnovato piacere.

Scritto con una prosa colta e raffinata, a tratti ironica e velata  di  malinconia, credo che “Il silenzio delle cicale” (oggi fuori catalogo) abbia avuto meno successo di quanto meritasse. I personaggi sono incredibilmente simbolici, rappresentativi di quella particolare classe sociale - borghese ed aristocratica - sempre al traino del potere dominante, che consumava la propria esistenza tra vaniloqui familiari inconcludenti ed insulsi, pranzi all’aperto, concorsi di bellezza per cani, vacanze nelle stazioni termali e partite di tennis…La caduta di questa famiglia – metafora del crepuscolo della borghesia europea all’indomani della seconda guerra mondiale - va vista non solo come la naturale conseguenza del disordine socio-economico dilagante in quel periodo, ma anche come mancanza di sentimenti morali da parte dei suoi rappresentanti.

L’unica figura che appare diversa, direi di autentica rottura rispetto ai personaggi descritti nel libro è proprio Tristano, “il poeta della famiglia”  (come veniva soprannominato), poco attento alla salvaguardia del casato di appartenenza, di cui ne evidenziava l’ipocrisia, troppo educato e sensibile rispetto all’ambiente circostante “cresciuto nella retorica della guerra e maturato nei disastri della sconfitta”, rinunciatario e perdente, “eccessivamente predisposto alla delicatezza della vita e alla bellezza del pensiero”, in forte contrasto con il cugino Italo, icona dell’uomo fascista, volgare ed ossessionato dai fucili e dall’enfasi della forza fisica, egoista e vanitoso. Nel suo viaggio di ritorno, in quella villa che non esisteva più così come lui l’aveva conosciuta, dove tutto era cambiato - quasi a voler rimarcare l’evidenza che nulla poteva sopravvivere al trascorrere lento ed inesorabile del tempo - Tristano ripercorre a ritroso il suo passato: si rivede adolescente, quando andava a giocare a carte nelle osterie con i contadini della zona e ritornava a casa “entusiasticamente ubriaco di rozzezza”,  nonostante sua madre lo riprendesse perché “comprometteva la dignità del suo nome in una taverna di ubriachi”; si rivede collegiale solitario, ossessionato dal peccato e studente modello destinato a un grande avvenire; si rivede maggiorenne alla sua prima visita in un bordello “annebbiato dal rimorso ardente non per il male in sé, ma per la sua ineleganza”; si rivede inadeguato e a disagio, prigioniero delle sue pene d’amore e del suo rapporto conflittuale con la madre, una donna frivola e falsa nei cui confronti provava un forte sentimento di ripugnanza, in contrapposizione al sentimento di pena che gli infondeva suo padre, il Colonnello Max Baumgrille, ma anche industriale, scrittore e politico fallito, sul cui volto poteva leggere “quel dramma coniugale che da trentacinque anni era sopportato in silenzio”, un uomo onesto e ingenuo che non sopportava la vanità del suo ambiente, che mal digeriva la dilagante industrializzazione e soffriva nel vedere i filari dei pioppi della sua terra falciati dalle prime costruzioni nucleari “le oscure strutture della stoltezza umana avanzanti”. Tristano è un personaggio colto e intelligente, così anomalo e raro nel panorama delle famiglie ricche e aristocratiche della società italiana del ventennio fascista, una figura scomoda che scandalizzava i salotti, osava intrattenersi con le persone più umili, indipendente e ribelle, quel tanto che bastava per sradicarlo dall’ordine borghese e dall’ottusità sociale. Ma è anche un uomo rinunciatario e pigro che viveva l’egoismo del suo mondo “con la maschera dell’indifferenza”,  che avrebbe voluto fuggire di casa, ma non riusciva, per la sua inettitudine, a staccarsi da quella villa, diventata con gli anni la sua tomba.

Attraverso i tanti personaggi che affollano il libro, Gian Piero Bona dipinge il grande affresco di una famiglia alla deriva, arroccata nei suoi antichi privilegi e avulsa dalla realtà, una famiglia alla ricerca disperata della propria sopravvivenza, che viene progressivamente divorata dai debiti e dalle difficoltà economiche, in un contesto storico di grandi rivolgimenti e trasformazioni sociali. Una famiglia che si estingue così come le cicale (Baumgrille, il nome di famiglia, vuol dire cicala) cessano lentamente di cantare.

mercoledì 27 settembre 2017

Correre al parco



Negli ultimi tempi mi sono lasciato convincere da chi sostiene che una corsetta giornaliera, ma anche una camminata con andatura spedita per un’ora circa, aiuti a tenere sotto controllo pressione, peso, circolazione sanguigna e colesterolo. E così, persuaso da questi effetti benefici, sono diventato un assiduo frequentatore di un parco pubblico che si trova nelle immediate vicinanze della mia abitazione. Là ritrovo, tutti i giorni, un variegato campionario di casi umani - di ogni età, di ogni peso, di ogni misura - che si cimenta intrepidamente in attività sportive all’aria aperta:
c’è  chi porta a spasso, con nonchalance, i suoi 120 chili abbondanti con pancia incorporata, sforzandosi di apparire leggero e agile come una libellula;

c’è la signora che corre con il cane (e il cane sempre avanti), la quale con il fiatone lo chiama e lo redarguisce: Cesareeee, vai pianooo (lei si chiama Fuffi);
c’è il senzatelefoninosareimorto che, con un po’ di affanno, corre e parla ininterrottamente (… questioni urgenti e indifferibili) e c’è quello che il cellulare lo porta legato con una fascetta al braccio (non si sa mai…dovesse chiamare il Presidente degli Stati Uniti d’America!);

c’è chi si estrania dal mondo ascoltando musica con le cuffie (evidentemente non sopporta sentire i suoi passi, né la fatica del correre, né il gracchiare delle cornacchie che nel parco sono le padrone);
c’è il “campione” che ti supera altezzoso in velocità, e sembra volerti dire: levati di torno che mi intralci;

c’è il ragazzo giovane e bello, con la sua fidanzata giovane e bella, che vedendoti affaticato e a corto d’ossigeno ti guardano con apprensione, pronti a chiamare l’ambulanza;
c’è il letterato che legge il giornale camminando (la gazzetta dello sport, tanto per stare in tema), come se lui si trovasse nei giardini della scuola peripatetica di Aristotele;

c’è il temerario, che corre a petto nudo anche a 40 sotto zero, al contrario dell’eccentrico, che galoppa imbacuccato di tutto punto anche sotto il solleone;
c’è nun c’à facc’ cchiù che si trascina eroicamente pur di arrivare alla meta, erede del leggendario eroe greco Filippide;

c’è il perfezionista che consulta l’orologio (o il cronometro) ad ogni metro, alla disperata ricerca di battere qualche suo record personale;
c’è la signora di una certa età, di antica bellezza, che sfoggia la sua tuta coloratissima e griffata, interessata più al suo look che alla corsa;

c’è il gruppo di pensionati (età media 85 anni) che non sembrano avere problemi respiratori, tant’è che trotterellano allegramente interrogandosi sui grandi temi dell’esistenza: quest’anno la Roma riuscirà a vincere lo scudetto?
c’è il palestrato che con il suo fisico bestiale, tatuato a mò di carta geografica, sembra voler  irridere i poveri mortali;

c’è poi un simpatico personaggio - unico nel suo genere – che ha la bellezza di 96 anni (ha fatto la campagna di Russia nella seconda guerra mondiale) ed ogni mattina non può rinunciare a fare i soliti quattro passi, perché se mi siedo non mi alzo più: sinceramente, mi preoccuperei se un giorno non dovessi più vederlo;
e c’è, per finire, lo scrivente che corre (si fa per dire), sbuffa e osserva e si rispecchia nei volti sudaticci, affaticati e stravolti (ma felici) dei suoi compagni di corsa, illudendosi di dare smalto ed elasticità al suo fisico ormai malconcio.

lunedì 18 settembre 2017

"Quel che resta" : il felice connubio tra rovine e bellezza



“l’inizio di un luogo è legato spesso alla fine di un altro”

“Ho cominciato a raccogliere memorie di luoghi abbandonati, in via di abbandono, a rischio spopolamento e svuotamento quaranta anni fa”. Così l’antropologo calabrese Vito Teti inizia “Quel che resta – l’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni” (Donzelli editore), un bellissimo libro che si colloca tra il saggio antropologico e il romanzo, il diario intimistico e il reportage. “I grandi antropologi – scrive Claudio Magris nella prefazione del libro – sono insieme storici, archeologi che scavano nello spazio e nel tempo, nel passato e anche nel presente, e per questo sono, nel senso forte, dei poeti”.
Io credo che sia davvero raro trovare, nel firmamento letterario dei nostri tempi, un’opera così appassionante che sappia fondersi tra analisi storico-antropologica e poesia, sentimento e ragione. Con questo suo libro Teti riesce a toccare le corde più sensibili del nostro animo: ci fa commuove e riflettere sul senso della vita e della morte e su “quel che resta”: di esperienze passate, di tradizioni, di storie, di legami, di memorie, di paesi che si spopolano e muoiono. E lo fa attraverso un racconto a tratti autobiografico, intriso di malinconia e di poesia, un viaggio tenero e affettuoso nell’Italia “dei paesi, tra abbandoni e ritorni”, come recita il sottotitolo. I paesi abbandonati, la case chiuse che custodiscono le memorie degli antichi abitanti, le rovine che restano a testimoniare un antico passato “possono continuare a vivere – scrive l’autore - soltanto attraverso la letteratura e la scrittura. Gli oggetti, i materiali, le cose, le parole del mondo perduto e sommerso rivivono, almeno per un attimo, nel momento in cui vengono nominati”. Perciò, fino a quando ci sarà qualcuno che ricorda un paese e mantiene viva la sua memoria, ne ricostruisce la sua storia, quel paese non scompare del tutto. E continua a vivere.

I resti di città e monumenti, che assurgono a testimonianza di antiche civiltà, hanno sempre esercitato su di noi fascino e attrazione e, almeno a partire dal Settecento, è difficile immaginare la bellezza in modo separato dalle rovine. L’autore del libro fa notare che sempre più spesso le rovine del passato convivono con le rovine/macerie del presente, quest’ultime provocate dal passare del tempo, dall’incuria dell’uomo, ma anche dalle calamità naturali: come quelle case costruite con chissà quali speranze e troppo in fretta abbandonate, oppure come quelle nuove costruzioni in cemento, a più piani, lasciate incompiute che finiscono per deturpare in maniera violenta il paesaggio o come quelle vecchie case di paese diventate ruderi a seguito della morte degli originari proprietari, ma anche a seguito della loro partenza verso paesi lontani. E come dimenticare, poi, le macerie di interi paesi distrutti dal terremoto, che stanno lì a testimoniare la furia devastatrice del sisma e soprattutto le tante, troppe, vite spezzate. Certo, bisogna sempre distinguere tra macerie e rovine: le macerie non parlano, sono “un puro ingombro, vuoto a perdere”, le rovine, al contrario, ci ricollegano “a un tempo passato che dura nel presente...possono rappresentare memoria, ma anche vita, diventare elementi di un diverso sentimento dei luoghi”. Ma sono soprattutto le case abbandonate che hanno la forza di stabilire “collegamenti tra coloro che sono rimasti e coloro che sono partiti”. E coloro che sono partiti rappresentano la ragione principale dello spopolamento di un paese, nella Calabria raccontata da Teti così come in qualsiasi altro luogo dell’Italia. Con l’emigrazione di massa degli anni passati - che ha interessato soprattutto le regioni meridionali - intere comunità si sono frantumate e disperse dando origine in territori lontani (Americhe, Francia, Germania ecc.) a “paesi doppi”, i sosia dei paesi d’origine. Una sorta di dilatazione del luogo nativo. Muoiono i vecchi paesi e rinascono in altre terre. Da qui – secondo Teti – è nata la malinconia, intesa come “sentimento e condizione dell’uomo errante, sradicato, esiliato, come manifestazione di nostalgia autentica e non retorica dell’individuo che abbandona, per necessità o per scelta, la casa, l’universo d’origine”. E quando si torna – ma forse si parte per non ritornare mai - tutto è cambiato e niente è più come prima: in primis la casa, che se non è stata venduta o ristrutturata, appare come un rudere, è circondata dai rovi, è irriconoscibile. Colui che si è spostato e colui che è rimasto nel posto si percepiscono l’uno come ombra dell’altro.
E’ un libro che fa riferimento a tantissimi altri testi di storia e di antropologia e “dopo averlo letto – scrive Magris – si sta un po’ meglio, ci si sente meno smarriti di fronte all’andirivieni delle cose, del mondo, di noi stessi. Non è un dono da poco”. Per concludere, vorrei dire che io non ho la pretesa di consigliare a qualcuno i libri che leggo. La lettura è sempre personale, legata al nostro modo di essere, alla nostra cultura, alla nostra sensibilità. Tuttavia, se proprio dovessi farlo in questa occasione, consiglierei la lettura di “Quel che resta” a tutti coloro che sanno cogliere la bellezza struggente che evoca l’immagine sotto riportata e sanno riconoscere quel filo sottile che lega le rovine alla caducità del tempo, che tutto modifica. Meno l’anima, che comunque resta e si percepisce nell’osservare sia le rovine dell’antichità che quelle del presente, la maestosità di un tempio dell’antica Grecia come l’arcaica bellezza di una vecchia casa in pietra abbandonata e intrisa della vita delle persone che l’hanno abitata e posseduta.
Roscigno vecchia (SA)
 

mercoledì 6 settembre 2017

Ceronetti e il suo viaggio nell'Italia invisibile



“Quella che vedo e vado percorrendo è un’Italia ormai completamente stravolta, sfigurata e priva di senso”

“La gamba ancora inferma, e troppi libri nella valigia. Il bagaglio mi pesa, qualcuno dovrebbe portarmelo, apparendo e sparendo al momento giusto. Prenderò treni, corriere, taxi; andrò a piedi”. Questo l’incipit di “Un viaggio in Italia”, intrapreso da Guido Ceronetti oltre 30 anni fa (tra il 1981 e il 1983), su richiesta dell’Editore Giulio Einaudi - che di recente ha ristampato il libro – il quale conosceva molto bene lo stile pungente del suo conterraneo. Quello di Ceronetti, è un vagabondaggio senza una meta precisa in lungo e in largo per l’Italia degli anni ‘80, attraverso grandi città e piccoli paesi di provincia, alla scoperta di piazze, monumenti, chiese, musei, con un’attenzione particolare a quei luoghi marginali come i cimiteri e gli ospedali, le case di cura e le carceri, le stazioni ferroviarie e i manicomi, i locali pubblici e le zone industriali. E’ soprattutto il racconto di quell’Italia non riportata nelle guide turistiche, che non appare nelle cartoline illustrate; quel Paese invisibile, poco conosciuto, che esiste ma che a volte viene nascosto oppure visto diversamente da come si presenta. Questo suo reportage è una sorta di diario sui generis affollato di pensieri, riflessioni corrosive sui costumi degli italiani, epitaffi funerari intravisti nei cimiteri, scritte rilevate sui muri dei luoghi visitati, sui manifesti pubblicitari, nelle sale d’aspetto delle stazioni. E’ una lunga e graffiante denuncia di brutture urbanistiche, di degrado e devastazioni ambientali susseguenti al boom economico, ma è anche un elenco di volgarità comportamentali che feriscono e indignano l’autore.
Ceronetti  inizia questo suo originale viaggio da Trieste “che non ha voglia di riprodursi, abortisce molto…e che di notte è un po’ Calcutta, sommersa dalla carta sporca” per colpa soprattutto degli Slavi. Vede, poi, una Genova “tristemente sfigurata…e quella che stanno progettando sarà bruttezza infinita”. Fino a Voltri “tutto è incubo industriale”. A Pavia trova una città deserta e resta sbigottito nel conoscere il motivo che la svuota: sono tutti davanti al televisore a guardare una partita di calcio della nazionale. A Milano “niente è bello, eccetto il castello. Questo simbolo della pura forza è l’unica immagine di gentilezza che la città conservi. Antenati bruti, ma spirituali”. Assiste a comportamenti di “bestialità pura” in Piazza della Scala dove una banda di giovinastri “tra gli sghignazzamenti” prende a calci un povero piccione che non riesce a volare. Nota che a Firenze “il rumore di motori è sempre più intollerabile, la sua escandescenza più persecutrice”. Ma Firenze è anche “un luogo arcano, un’arcana conca spirituale”. Trova delizioso il vecchio albergo Universo di Lucca, dove lui si può abbandonare “al piacere di essere triste”. E, sempre a Lucca, visita il vecchio ospedale in abbandono dove gli sarebbe piaciuto fare il medico “tra i busti e le crepe, avviluppato nel grande lenzuolo della sofferenza umana, prescrivendo pochissimo, tisane e qualche cardiotonico, aiutando a morire bene, con poco dolore, gli incurabili, chiudendo finestroni, rincalzando coperte, leggendo poesie ai più intelligenti”. Palladio, a Vicenza, non gli piace perché “privo di anima” e poi “gli raggela il cuore”. Esplora poco il Mezzogiorno perché – scrive – “non mi adattavo al suo vivere, lo scempio era già troppo avanti”. Però trova tempo, modo e parole per farsi sentire e, forse…per farsi odiare. Scrive, infatti, che Napoli “è uno dei peggiori luoghi d’Italia”. Ma, tanto per capirsi, lui non ce l’ha solo col meridione d’Italia perché “tutta intera questa nazione non è più che uno sbubbonare di tante Napoli, che se anche non sanguinano come Napoli, ne riproducono sintomi, crolli, abbrutimento”. Visita Salerno, la cui bruttezza “è deprimente”. Invece la bruttezza di Messina è “diffusa bene, come un cancro”. E mentre a Catania “la gente usa le strade con inciviltà spaventosa, dove non c’è di bello che quel che è in sfacelo”, i paese etnei “sono orribili aggressioni di geometri deliranti, incrostazioni di rogna sulle pendici sublimi”. Annota, nel suo peregrinare per la Sicilia, che il paesaggio dell’isola “velato dalla pioggia è di un’irraggiungibile bellezza; perde con il sole”. Si consola con la bellezza di Noto che è “accecante”. Aci Trezza, invece, è “un lebbrosario edilizio, un luogo sciagurato”. E scappa a precipizio da Taormina, soffocata dal turismo di massa “che non è la presenza di qualcosa, ma la privazione a pagamento di tutto”. Nei pressi di Augusta resta affascinato da una visione bucolica: “un solitario aratore affondava l’erpice tirato da due magnifici cavalli bruni in un piccolo campo. Era certamente conscio – scrive Ceronetti – di essere, col suo campetto e i suoi cavalli da Iliade, condannato a sparire, eppure arava, con pazienza, con disprezzo, con umiltà, con sapienza. Un Dio in incognito, un Dalai Lama in esilio, un simbolo, o semplicemente un uomo forte e tranquillo. Non sapeva che quel suo erpice è una spada, che il luogo dove arava ha il segreto nome di Termopili”. Visitando Reggio Calabria, non riesce a sopportare la bruttezza delle sue strade “la via centrale, interminabile, americana, non arriva in nessun posto”. E non poteva mancare la visita ai Bronzi di Riace “che sono divorati da una folla insaziabile” che non si stanca mai di ammirare quei glutei “sublimi” capaci di ridestare “anche le nostre vecchie chiappe malaticce…Un’industria prospera su di loro, se ne vendono le immagini a migliaia di migliaia”. E che dire, poi, dei calabresi: a suo dire hanno tutti una faccia concentrata e “sembrano, anche non pensando, una nazione di filosofi”.

Ha parole durissime nei confronti del suo prossimo e delle persone che incontra durante il suo girovagare. “Vorrei non avere più niente in comune con l’uomo – afferma - essere un puro pensiero che ne ignora la miseria e la figura. Vendicarsi di lui col silenzio, col rifiutargli la parola”. E ancora: “Sto su un bel tappeto di muschio, tra le cicale, di qua e di là ho soltanto montagne. La felicità è di non vedere esseri umani, una tregua al bisogno di servirsene e di servirli”. Sostiene che il popolo italiano “dopo tanta storia, è più che mai rincretinito…non c’è un vero cittadino in queste città, come non c’è un vero spirituale in questo paese cristiano”. Se la prende anche con la cucina italiana “fatta di scarti, senza più idee, misurata sul gusto indecente del turista-di-massa”. Pensate: lo dice uno che è vegetariano. Per la cena di San Silvestro, si trova a Siena, mangia nella camera d’albergo: “miglio e zucca, finocchio crudo, ricotta con confetture di castagne, cavallucci di Siena, olive, poi tisana di eucalipto, mentre fuori tutti addosso ai ravioli e alle povere bestie massacrate per festeggiare, tra nuvolaglie di fumo e stappamenti di micidiali bottiglie”.
“Mio Dio – scrive Ceronetti, evidentemente in un momento di sconforto - quant’è brutta l’Italia! Di bellezza restano poche, assurde tracce: beato chi le ritrova e le segue, fuori di questo mondo”.

Un libro cinico e appassionato con cui riflettere, con pagine memorabili di sferzante ironia, scritto con intelligenza da un grande intellettuale dei nostri tempi, che probabilmente fa storcere il naso a tante persone. E’ una sorta di excursus nel variegato pensiero dello scrittore piemontese, che ho imparato a conoscere attraverso la lettura di qualche suo precedente libro; è, per finire, il solito controverso Ceronetti - oggi novantenne - senza peli sulla lingua, sempre disorientante e catastrofico, colto e divertente, pungente e arguto, che usa la penna come fosse una frusta. Tanto da apparire irriverente, razzista, irritante, provocatorio, antipatico.

venerdì 18 agosto 2017

Cilento: ritorno alle origini



“Un paese ci vuole – scriveva Pavese – non fosse che per il gusto di andarsene via”. E per il gusto di ritornare, mi permetto di aggiungere. Infatti, ogni estate ritorno nel mio paese nativo, nel Cilento, dal quale andai via tanti anni fa, per motivi di lavoro. Si chiama Melito (frazione del Comune di Prignano)  ed è un piccolo borgo di poche anime. Adagiato sul pendio di una collina tra querce, olivi e vigneti, si affaccia sul mare di Agropoli e, dall’alto dei suoi 415 metri, mi offre in lontananza una vista straordinaria: l’isola di Capri e la Costiera Amalfitana. Questo ritorno mi riporta, ogni volta, agli anni della mia infanzia e della mia giovinezza. Ma oggi tutto sembra cambiato e niente è più come prima: le persone che incontro, le case, il paesaggio, i rapporti di amicizia e le atmosfere proprie del luogo. L’identità stessa del paese mi appare stravolta. E’ come se quel villaggio che mi ha visto crescere mi sfuggisse di mano - se così si può dire - e non mi riconoscessi più nelle sue pietre, nelle sue strade, nei suoi angoli più nascosti e caratteristici, nella sua gente. Insomma, è come se avessi difficoltà a sentirlo mio, come mi accadeva una volta, e questa condizione mi rende spaesato ed esiliato nella mia terra.
Gente nuova, spesso proveniente da paesi lontani, ha preso il posto dei vecchi abitanti ormai scomparsi e dei loro figli, che hanno scritto la storia del paese e che fanno parte dei miei ricordi giovanili, della mia vita passata. Nuove costruzioni si sono appropriate di lembi di collina dove rigogliosa si estendeva la macchia mediterranea, oscurando scorci panoramici di rara bellezza. Incendi dolosi si ripetono ad ogni estate, devastando boschi e campagne circostanti. Il cemento avanza inesorabile, con le sue moderne costruzioni che spesso mal si adattano al territorio,  mentre vanno in rovina o risultano abbandonate molte di quelle vecchie casette in pietra, mute sentinelle del passato. E con loro finisce un’epoca, si chiude una storia familiare, un passato ricco di ricordi, un mondo di tradizioni contadine. E osservando, poi, la stradina che si incunea tra le case del paese (dove giocavo spensieratamente da ragazzo con i miei amici), completamente invasa dalle macchine; e le case chiuse dove abitavano persone che io conoscevo e che in qualche maniera erano parte della mia vita; e quello spiazzo dove tiravo calci ad un pallone su cui hanno costruito delle villette a schiera, occupate soprattutto nei mesi estivi; e le strade che collegano il borgo al resto del territorio diventate, vergognosamente, una discarica in itinere, lungo i cui bordi si può trovare di tutto e di più; ebbene, osservando tutto ciò, non posso che provare un profondo senso di tristezza.
Un mondo si chiude e se ne apre un altro. Devo dire che con queste mie amare riflessioni non voglio invocare un periodo storico scomparso, non desidero ritornare al passato né rimpiangere quel paese che fu, ma auspicare invece un diverso modello di sviluppo, una diversa sensibilità civica e ambientale nei confronti delle cose e del territorio, una migliore riqualificazione urbanistica nel rispetto delle leggi e del decoro. Credo che un “paradiso” di cui avere nostalgia non sia mai esistito nel Meridione ed in modo particolare nel Cilento. Né allora né oggi. Ho avuto il privilegio di vivere, insieme ai miei coetanei, la fine di una civiltà - quella contadina, ancorata alla sua filosofia di vita semplice e naturale ed alle sue tradizioni - ed il passaggio ad una nuova era di cui non conosco ancora bene i contorni e gli sviluppi futuri. E’ una società, questa in cui viviamo, che va di fretta e tende a distruggere la memoria del passato, in nome di una modernità che non sempre è connessa ad una migliore qualità della vita.
Sappiamo bene che il paese cambia nel corso degli anni e con esso le persone che lo abitano. Le vecchie generazioni, nate del paese ed ivi rimaste nel corso degli anni, legate agli usi ed ai costumi tradizionali, lentamente si estinguono, mentre i giovani del posto, compresi coloro che arrivano da altri luoghi, anche stranieri, non sembrano nutrire particolari legami affettivi con il territorio in cui vivono né tantomeno con le storie del recente passato. Secondo gli osservatori, nell’epoca della globalizzazione, il paese – quale microcosmo comunitario di relazioni umane – va scomparendo progressivamente. Ed al suo posto si va affermando un luogo sempre più massificato, senza anima e senza memoria. Ma un paese ci vuole – e ritorno nuovamente a Pavese – perché “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E per questo io ritorno.

domenica 30 luglio 2017

Le 10 cose che detesto



1.     Le scritte e i graffiti di qualsiasi genere sui muri dei palazzi, sui monumenti e sui treni della metropolitana, che rendono la città in cui vivo sporca e degradata;

2.     L’ostentazione di certi comportamenti (girare in città con il suv… parlare ad alta voce con il cellulare nei luoghi affollati e per strada… i tatuaggi su tutto il corpo a mò di carta geografica);

3.     La pubblicità, visiva e cartacea, che invade qualsiasi luogo pubblico e privato;

4.     I politici (e sempre gli stessi) che pontificano in televisione, saltando da una trasmissione all’altra;

5.     Chi abbandona rifiuti ingombranti lungo i marciapiedi;

6.     Gli elegantoni che in estate girano per strada indossando pantaloncini corti, infradito e canottiera (ridicoli, indecenti, inguardabili);

7.     I perditempo che stazionano perennemente davanti a quei bar di periferia, fumando, sputando per terra e parlando di calcio;

8.     Il traffico, i rumori molesti, come quel signore fermo al semaforo che ti suona il clacson appena scatta il verde, oppure quell’altro che va avanti e indietro per il quartiere, con i finestrini abbassati e lo stereo a tutto volume;

9.     I padroni dei cani che non raccolgono gli escrementi dei loro amici a quattro zampe;

10. La gentile signora, vicina di ombrellone, che nasconde nella sabbia la sua cicca di sigaretta, cerchiata di rossetto, a mò di ciliegina sulla torta.

venerdì 21 luglio 2017

Le anime morte



Le anime, nella Russia dell’Ottocento, erano i servi della gleba, cioè quei contadini  che venivano assoldati dai ricchi proprietari terrieri. All’epoca, la terra che lo Stato affidava ai notabili era commisurata al numero dei servi della gleba annoverati alle loro dipendenze, sui quali i proprietari terrieri erano tenuti a corrispondere una imposta pro capite. L’imposta veniva calcolata in occasione di ogni censimento - che di solito si verificava ogni 10 anni - per cui se nel frattempo alcuni di questi contadini morivano, il proprietario terriero era comunque obbligato a corrispondere l’imposta dovuta su queste “anime morte”, fino al censimento successivo che certificava l’avvenuto decesso.

“Le anime morte” di Nikolaj Gogol (Garzanti editore) disegna un grande affresco della società rurale e contadina della Russia ottocentesca, vista attraverso gli occhi di Pavel Ivanovic Cicikov, il protagonista del romanzo. Questo personaggio è un affarista spregiudicato e senza scrupoli, un navigato truffatore, alla continua ricerca di potere e di ricchezze, che viaggia in lungo e in largo nella Russia zarista comprando per pochi rubli “anime morte”. E lo fa attraverso finti contratti di compravendita, al fine di ottenere agevolazioni, benefici e terre dalle autorità governative, in virtù del possesso di un numero considerevole di finti contadini. Con modi seducenti e con adulazioni nei confronti dei suoi interlocutori, riesce in breve tempo ad instaurare rapporti amichevoli con i potentati della città in cui si stabilisce, al fine di poter raggiungere i suoi obiettivi economici. E’ un abile millantatore, Cicikov, e riesce a produrre un’impressione positiva anche nelle donne della buona società cittadina, grazie alle sue buone maniere e alla diceria che si portava dietro, cioè di essere un uomo molto ricco, un “milionario”. E le mogli dei dignitari locali - delle cui qualità morali l’autore ha grandissime difficoltà a parlarne, preferendo discettare, invece, del loro modo di vestire, delle loro capacità di rispettare l’etichetta e le convenienze - si lasciano facilmente attrarre dalle ricchezze e dal potere. L’ipocrisia che lo scrittore nota nelle donne aristocratiche, la osserva anche nei lettori che appartengono all’alta società e in quegli individui che dell’alta società credono di far parte, in virtù delle parole francesi e inglesi che sfoggiano con la giusta pronuncia, arrotando la erre come i francesi o facendo la bocca a “culo di gallina” come gli inglesi.

Con una descrizione minuziosa e con una prosa piacevole e sempre ironica e sferzante, Gogol ci presenta una variegata umanità fatta di notabili altolocati e provinciali, di funzionari, di impiegati ma anche di gente umile, tutti rappresentativi della realtà cittadina, burocratica e rurale della Russia degli Zar. Un posto importante nella narrazione occupano i vari proprietari terrieri, cui si rivolge Cicikov per comprare le anime morte, personaggi “difficili da ritrarre” - dice l’Autore - “signori di cui è pieno il mondo, che sembrano tutti simili gli uni agli altri” . C’è quello che emerge per i suoi modi eccessivamente ossequiosi e deferenti, il quale inizialmente appare gradevole all’interlocutore, per rivelarsi, poi, superficiale e noioso. C’è poi l’uomo rozzo, grossolano che somiglia ad un orso nei modi e nell’aspetto, molto attento, però, ai suoi affari, che disprezza tutti coloro che occupano posizioni importanti nella gerarchia statale. Non manca, in questa carrellata di personaggi, il prototipo universale dell’avaro, unico guardiano e custode delle sue ricchezze il quale, pur essendo ricchissimo, conduce una vita misera, alimentata inesorabilmente dalla sua insaziabile avarizia. E come dimenticare, infine, lo spaccone esibizionista, amante della baldoria, dei balli e dei convegni mondani, appassionato di scommesse e di carte, baro, sbruffone e bugiardo, quel soggetto che non scomparirà mai dal mondo, che sarà sempre presente in mezzo a noi, in qualsiasi epoca lo si voglia collocare.

Gogol è veramente sorprendente nel presentarci l’uomo nelle sue quotidiane contraddizioni e aberrazioni, nelle sue passioni e nella sua fragilità, ma anche nelle sue miserie quotidiane e nei suoi vizi; ci descrive il perbenismo, la meschinità e la vanità  dell’animo umano, tratteggiando dei personaggi che, a seconda delle circostanze della vita e sempre per un proprio tornaconto personale, sanno essere forti con i poveri ed i diseredati e deboli con i ricchi ed i potenti, attraverso tutte quelle gradazioni e sfumature del linguaggio, dei gesti e del comportamento che rivelano - di volta in volta – da parte degli stessi, alterigia e arroganza, servilismo  e cortigianeria. Gogol è un grande osservatore, si dimostra prodigo di pungenti ed ironiche osservazioni e descrizioni degli ambienti rurali, ma a volte si ha l’impressione che l’autore voglia trasmettere al lettore anche sensazioni di disgusto e di ribrezzo che si provano di fronte a certe aspetti della realtà. Così, nel descrivere  alberghi e bettole di periferia, fa notare che “per due rubli al giorno i viaggiatori hanno diritto a due metri di cameretta e agli immancabili scarafaggi che come prugne secche fanno capolino dappertutto”, e che le pareti delle stanze adibite a sala da pranzo sono di solito “verniciate a olio, annerite in alto dal fumo e lucidate in basso dalle schiene degli avventori di passaggio”, oppure nel raffigurare il disordine e la sporcizia di una stanza, ritiene significativo far sapere al lettore che “il padrone aveva lasciato sul tavolo uno stuzzicadenti completamente ingiallito con cui si era forse frugato tra i denti prima dell’ingresso dei Francesi a Mosca”.

Con questo libro Gogol riesce a cogliere sapientemente lo spirito dell’epoca in cui è vissuto, ma si dimostra anche un attento studioso dell’animo umano quando afferma che “fino a quando la gente non si preoccuperà della propria ricchezza interiore, smettendola di occuparsi delle cose per le quali ci si azzuffa e ci si sbrana qui sulla terra, non ci sarà nessuna ricchezza e nessun benessere terreno”.

venerdì 7 luglio 2017

Schiavi del telefonino



In questa nostra società - dominata dai social network, dai telefonini sempre accesi e connessi e dai format televisivi dove uomini e donne esibiscono e spettacolarizzano senza alcuna vergogna i propri sentimenti, mettendo in piazza la propria vita intima e privata – si avverte sempre più forte un bisogno di visibilità sociale. Tutto ciò ci fa riflettere su quanto gli individui, oggi, si sentano isolati e vogliano uscire dall’anonimato in cui sembrano ingabbiati. Il telefonino - ma ormai è riduttivo chiamarlo così - è certamente il principale strumento tecnologico attraverso il quale si cerca di colmare il vuoto esistenziale per non sentirsi soli e abbandonati. Dovunque ci troviamo – per strada, sui mezzi pubblici, nelle stazioni, nei ristoranti, nei cimiteri, nelle chiese, nei centri commerciali, lungo i sentieri di montagna – non vediamo altro che persone con lo sguardo chino su uno schermo. Siamo contemporaneamente spettatori e concorrenti di una sorta di gara a chi ce l’ha più lungo (lo smartphone), più bello, più tutto; assistiamo e partecipiamo ad una estenuante esibizione di conversazioni e di chiacchiere ad alta voce, le più varie, le più insignificanti; siamo deliziati da un incalzare di suonerie le più stravaganti, mentre si smanetta su uno schermo alla ricerca continua di notizie, video, pettegolezzi sulla vita degli altri, eternamente connessi con un “altrove” che allontana dal presente e da quello che succede intorno a noi.
Siamo schiavi della tecnologia e della necessità di essere sempre contattati e rintracciabili, condizioni queste che restringono la nostra libertà di movimento e di pensiero: dobbiamo sempre giustificarci se non rispondiamo ad una telefonata o se teniamo il cellulare spento. Se poi - pur avendo il telefonino sempre acceso - non ci chiama nessuno (mentre tutti gli altri intorno a noi stanno al telefono) - ci lasciamo prendere dallo sconforto e dalla malinconia. E allora, per soddisfare quel bisogno di sicurezza, per sentirci vivi, per ripristinare quel contatto continuo con qualcuno e con il “mondo”, e per non sentirci abbandonati, facciamo il primo numero che ci capita, anche se non abbiamo nulla da dire. Pronto? Dove sei? E immediatamente spunta il sorriso sulle nostre labbra. Ci tranquillizziamo.

Non conosciamo più l’attesa e non abbiamo più il tempo di elaborare una risposta meditata. Dobbiamo sempre rispondere con urgenza, in qualsiasi momento ed in qualsiasi situazione. Tutto è diventato terribilmente improrogabile. Con un telefonino in mano possiamo comunicare, contemporaneamente, con un interlocutore lontano e con tanti vicini che ascoltano. E’ una protesi che indossiamo ogni mattina, appena svegli. E’ la droga del terzo millennio. E come tutte le droghe, genera dipendenza. Abbiamo paura di essere tagliati fuori da questa comunicazione continua e incessante, andiamo in fibrillazione quando lo dimentichiamo o temiamo di averlo perso. E poi quella smania di controllarlo continuamente in cerca di notizie, messaggi, chiamate perse, pagine facebook…Non vengono risparmiati neanche i bambini da questo uso indiscriminato. Una volta - i nostri figli, i nostri nipoti - cominciavano a prendere coscienza del mondo e ad instaurare relazioni affettive con un orsacchiotto di peluche, con un trenino, con una bambolina: oggi hanno lo smartphone già alle elementari e si chiamano tra di loro per comunicare.

Spero che il telefonino, nel prossimo futuro, non provochi nuove malattie, ma io penso che già da ora contribuisca ad accrescere le patologie che uno già possiede, le evidenzia e le fa conoscere a tutti. Con un telefonino in mano abbiamo l’illusione di poter risolvere qualsiasi problema e la pretesa di poter controllare i nostri familiari, i luoghi che frequentano, gli spostamenti che effettuano durante la giornata. Intanto la nostra capacità di gestire l’ansia si va progressivamente indebolendo: si cade in preda al panico se il telefonino resta muto per molto tempo, o se la figlia, che è uscita con gli amici, non telefona da più di mezz’ora.  In compenso cresce l’esibizionismo: diamo volutamente in pasto ai presenti i nostri fatti personali, anche i più intimi e segreti, come se fosse un diritto/dovere farsi sentire.

P.S. – Non possiedo telefonini. Pensate che per fare una telefonata mi servo, ancora, del telefono fisso di casa. E così facendo, rinuncio a quel piacere impagabile che solo una telefonata con uno smartphone riesce a darti, per strada o su un autobus affollato di gente nell’ora di punta.

lunedì 3 luglio 2017

Lessico famigliare: storia di una famiglia



Io penso che il romanzo autobiografico sia uno dei generi letterari più difficili da elaborare. Una cosa è raccontare a voce un fatto privato, altra cosa, invece, è fare letteratura rivolgendosi a dei potenziali lettori, attraverso vicende che riguardano direttamente chi scrive. La scelta del romanzo autobiografico è spesso dettata dal desiderio di mettere al centro della scena se stessi, ma anche dalla necessità di scavare nella memoria e far rivivere fatti e vicende personali in cui possa ritrovarsi anche chi legge. E’ chiaro, però, che se l’autore non possiede arte narrativa, se non ha vocazione letteraria, il rischio che il racconto di tali vicende possa risultare noioso agli occhi del lettore, è davvero molto alto. La nostra letteratura abbonda di scrittori, anche famosi, che si sono cimentati con il romanzo autobiografico. In tale contesto narrativo si pone il romanzo “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg (nata Levi) con cui la scrittrice di origine triestina vinse nel 1963 (anno della sua prima pubblicazione) il Premio Strega. Il libro - nella sua bella edizione Oscar Mondadori del 1974, arricchito da una interessante prefazione di Cesare Garboli – l’ho scovato su una bancarella dell’usato al prezzo di 1 euro. E pensare che c’è gente che ha ancora il coraggio di dire che in Italia si legge poco perché i libri costano troppo.
Niente è inventato in questa narrazione autobiografica: luoghi, fatti e persone sono reali. “Non avevo molta voglia di parlare di me – scrive la Ginzburg – Questa difatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Devo aggiungere che, nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito”. E’ la storia, quindi, della famiglia Levi/Ginzburg accusata, nel 1934, di antifascismo, imputazione che colpirà tutti i suoi rappresentanti, compreso un loro amico, quel Leone Ginzburg, che diventerà poi il marito della scrittrice. Il racconto memoriale di Natalia Ginzburg, scritto in prima persona, copre un arco di circa quarant’anni, a partire dagli anni della sua infanzia, lei ultimogenita di cinque tra fratelli e sorelle. Vengono rievocati, con tono a volte grave e preoccupato, gli anni del Fascismo, lo scoppio della guerra che renderà la vita sempre più difficile, l’esilio in Abruzzo, quindi la fine del regime fascista, la lotta clandestina di Leone Ginzburg, l’arresto e la sua morte avvenuta in carcere nel 1944. Ma l’interesse predominante della Ginzburg pare quello di voler raccontare, in maniera quasi confidenziale ed ironica, soprattutto la vita familiare colta nelle sue innumerevoli sfaccettature quotidiane, come le lunghe e monotone villeggiature trascorse sempre in montagna, la sua infanzia, i giochi, le abitudini e i costumi di casa, quanto mai semplici e austeri, i vari trasferimenti dei suoi genitori, da Firenze a Sassari, poi a Palermo (sua città natale) e infine Torino. Figura dominante del racconto è certamente quella del padre – il prof. Giuseppe Levi, ordinario di anatomia comparata – che aveva speso tutta la sua vita nella ricerca scientifica; un uomo burbero, dispotico, complicato, che non sopportava i letterati (per lui uno scrittore era qualcosa di frivolo), sempre diffidente e sospettoso nei riguardi degli estranei, indifferente al denaro però attento agli sprechi familiari (ogni sera faceva il giro delle stanze, urlando contro i figli che lasciavano le luci accese), condizionato per tutta la vita dalla preoccupazione irrazionale di trovarsi, da un momento all’altro, sul lastrico. E poi le lunghe e feroci discussioni politiche tra il padre e i fratelli che finivano sempre con sfuriate e porte sbattute. La scrittrice pone, inoltre, particolare risalto nel ricordo dei tanti personaggi, passati alla storia, che spesso erano ospiti della sua casa a Torino. In particolare, il giornalista e politico Filippo Turati, il famoso industriale Adriano Olivetti (che mostrava gran rispetto per i romanzieri e i poeti, ma non li leggeva); e poi il grande editore Giulio Einaudi, quindi Cesare Pavese (che andava da loro perché “non tollerava di passare le serate in solitudine”). Infine, tutti gli amici del padre, come lui professori d’università, biologi e scienziati. Ai componenti di questa famiglia, cosa davvero singolare, bastava una sola parola, una sola frase – sentite e ripetute chissà quante volte nel passato e diventate una sorta di ritornello – per ritrovare il loro antico e indissolubile rapporto domestico, la loro infanzia e la loro giovinezza. “Quelle frasi sono il nostro latino – scrive la Ginzburg – il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare…”.  Costituiscono, appunto, il lessico famigliare.

venerdì 23 giugno 2017

"A ciascuno il suo": un delitto tra corruzione, calunnie ed omertà nella Sicilia di Sciascia



Ho sempre visto  il “giallo” come un libro poco gradevole, con quella sua trama ricca di omicidi e di colpi di scena, di innocenti e di colpevoli, di commissari di polizia e di indagini giudiziarie. Non c’è stata mai attrazione tra me e lui, sebbene la nostra letteratura sia piena di romanzi gialli, da cui spesso vengono tratti film e sceneggiati televisivi. Leggendo “A ciascuno il suo” di Leonardo Sciascia (Adelphi editore), mi sono dovuto ricredere – almeno in parte – circa il giudizio negativo che avevo nei confronti di questo genere letterario, anche se è un giallo sui generis. E poi è stato scritto da un autore che si chiama Sciascia e non da uno dei tanti “noti pennivendoli” che imperversano oggigiorno in libreria, i quali - in virtù della loro popolarità televisiva - più che fare letteratura “gialla” hanno trovato il modo e il sistema per fare soldi, sostenuti da editori, anche importanti, che hanno ormai abdicato al loro ruolo di divulgatori culturali.

Il romanzo di Sciascia, ambientato in un paese della Sicilia negli anni sessanta, dipinge personaggi e situazioni, vizi e virtù di quella terra sempre presente nei racconti dello scrittore siciliano. Partendo da un duplice omicidio, che vede come vittime due persone apparentemente oneste, benvolute e di ragguardevole posizione sociale (un farmacista ed il suo amico dottore), Sciascia ci parla della sua Sicilia e delle sue ataviche contraddizioni, attraverso una carrellata di personaggi, rappresentativi di una società opportunista e corrotta che sembra immutabile nel tempo. Sono i notabili, quelli che maggiormente contano agli occhi del paese, quelli che anche di fronte ad un delitto, sembrano condannati a recitare un copione: il prete, l’avvocato, il notaio, il professore, il medico, il maresciallo dei Carabinieri. Pur mancando ogni indizio su quel duplice omicidio consumato alle porte di Palermo (tranne una lettera anonima fatta pervenire al farmacista, che gli annunciava la sua morte ) non c’era uno nel paese - scrive Sciascia “che non avesse già, per conto suo, segretamente, risolto o quasi il mistero, o che si ritenesse in possesso di una chiave per risolverlo”. Tra questi, il professor Laurana, insegnante di Italiano e Latino nel liceo classico del Capoluogo, personaggio chiave del romanzo il quale riteneva che, per risolvere il caso, fosse necessario partire da quella frase in latino “unicuique suum” (a ciascuno il suo) che era affiorata dal rovescio della lettera anonima, composta con parole ritagliate dall’Osservatore Romano.

La Sicilia raccontata da Sciascia sembra non credere alla giustizia, appare poco fiduciosa nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti; è una Sicilia diffidente e fatalista che invece di affidarsi agli organi inquirenti, si adopera per risolvere diversamente il caso. Assistiamo, così, al pettegolezzo strisciante, al chiacchiericcio da bar, alle calunnie, alle ipotesi dei pezzi grossi del paese, che diventano i veri inquirenti che accusano ed emettono sentenze inappellabili. E’ una Sicilia, questa che ritroviamo nel libro di Sciascia,  molto diversa da quella rappresentata dal suo conterraneo Camilleri nei suoi racconti, dove lo Stato è sempre presente nell’isola nelle vesti di quel Commissario Montalbano, a cui tutti fanno riferimento ed a cui tutti si rivolgono ogni qualvolta se ne presenta la necessità e l’urgenza. Il libro di Sciascia riprende - sotto certi aspetti - la vita di provincia raccontata da un altro illustre scrittore siciliano, Vitaliano Brancati, i cui bizzarri e indolenti personaggi trascorrono il loro tempo in piazza o al bar, tra una chiacchiera ed una malignità. E anche un delitto perpetrato nei confronti di due persone appartenenti al loro mondo, diventa una buona occasione per fare pettegolezzi e allusioni sul loro passato e sulle rispettive famiglie. Ma quale colpa aveva commesso il farmacista, per meritare la morte insieme al suo amico, durante una battuta di caccia? Ma era proprio il farmacista il vero bersaglio, e non il suo amico medico? E se il farmacista fosse stato ucciso, solo per depistare le indagini? Qual era il movente del delitto? Si susseguono le ipotesi più fantasiose, ma prende poi piede quella passionale.

Con una prosa colta e raffinata e con punte di sottile e pungente ironia – caratteristiche, queste, quasi inusuali per un romanzo giallo – Sciascia più che creare suspense e colpi di scena, come ci si aspetterebbe da un tale genere di letteratura, appare interessato principalmente a scrutare la psicologia dei suoi personaggi, quali cinici spettatori attratti morbosamente da un tragico evento.

lunedì 12 giugno 2017

Una legge per tutelare la lingua italiana



Ho l’impressione che la nostra amata lingua italiana – almeno da alcuni anni a questa parte – stia vivendo una fase di abbandono e di graduale regressione. E’ come se le parole perdessero di significato e non fossero più considerate importanti, quali segni distintivi di diversità per chi le pronuncia e le scrive e di arricchimento culturale per chi le ascolta e le legge. Non sembrano esserci regole e allora ognuno si sente autorizzato a parlare e a scrivere come gli pare. Agli errori di grammatica e di sintassi, si aggiungono le parole urlate, come se strillare possa rafforzare la verità o la ragione di chi, in maniera violenta, si scaglia contro l’interlocutore che ha di fronte. E poi l’arroganza verbale, le parolacce, l’uso eccessivo di termini stranieri, anche quando non sarebbe necessario, contribuiscono ad inquinare il nostro ricco patrimonio lessicale. Chi non ricorda quella famosa scena del film “Palombella rossa”, in cui il protagonista (Nanni Moretti) urla alla giornalista che lo sta intervistando: “Ma come parlaaa? Ma come parlaaa? Le parole sono importanti! Lei parla in modo superficiale, chissà come scrive!”. E poi, preso dalla rabbia e non riuscendo a trattenersi, la schiaffeggia sonoramente. La malcapitata giornalista aveva usato un linguaggio banale con frasi fatte, aveva adoperato termini generici o facili anglicismi alla moda al posto delle più appropriate e belle espressioni italiane.
Al riguardo, mi è capitato di leggere sulla rivista “Temi Romana” - curata dell’Ordine degli Avvocati di Roma - un articolo del prof. Mario Scaffidi Abbate il quale sostiene - tra il serio e il provocatorio – che “fra le tante leggi e leggine, spesso inutili o fasulle, che popolano il nostro universo giudiziario non sarebbe inopportuna una sulla lingua”. Una legge, insomma, che possa controllare l’uso corretto dell’idioma nazionale da parte degli italiani. La lingua, scrive il professore “è la carta d’identità di un popolo, uno strumento di unione e di fratellanza” e se ognuno la usa a modo suo, in maniera errata violando quelle che sono le regole, “l’unione e la fratellanza vanno a farsi benedire”. Ma non basta solo il controllo delle autorità – scrive ancora l’autore dell’articolo - bisognerebbe anche punire severamente i trasgressori con una bella multa. E allora: “hai sbagliato la consecutio temporum? Sono due euro. Hai detto una parolaccia? Dieci euro. E così via”. E come esistono i reati per oltraggio al pudore, si potrebbero finalmente riconoscere quelli per offesa alla lingua italiana. Perché la lingua è un patrimonio che va salvaguardato dalle sgrammaticature, dagli strafalcioni, da una prosa sciatta e trascurata. E chi dovrebbe essere il garante? A chi affidare il controllo degli errori? Per il professor Scaffidi Abbate tale autorità potrebbe essere la SIAE, che come cura i diritti degli autori potrebbe curare anche quelli dei lettori. E poi, scrive ancora il promotore di questa iniziativa, si potrebbe istituire un’apposita Società Italiana dei Lettori (SIL) con il compito di denunciare chi scrive e parla male. Un ruolo importante in questa rinascita culturale spetterebbe anche alla televisione attraverso la realizzazione di “una rubrica che mettesse alla berlina, citazioni alla mano, gli autori di simili nefandezze, giornalisti, politici, scrittori e altri personaggi noti. Potrebbe essere intitolata La malalingua”. Allora si che se ne sentirebbero delle belle!

martedì 6 giugno 2017

Metamorfosi: da l'Asino d'oro a Pinocchio



Può esistere un accostamento letterario tra le “Metamorfosi” di Apuleio e “Le avventure di Pinocchio” di Collodi? Io direi di si, perché i due libri si inseriscono in quel tracciato di letture che spazia tra il fantastico ed il fiabesco, i cui protagonisti principali sono uniti da due notevoli concessioni :  la metamorfosi e il desiderio di conoscenza. Nel racconto di Apuleio assistiamo, pertanto, alla trasformazione in asino del giovane Lucio, successivamente restituito alle sue iniziali sembianze umane attraverso l’intervento della dea Iside; mentre nel libro di Collodi la trasformazione in sembianze umane riguarda il burattino di legno Pinocchio. Attraverso le loro diverse esperienze di vita, sorretti da una smisurata curiosità che li spinge ad inoltrarsi verso sentieri impervi e sconosciuti (la magia da una parte e la ribellione dall’altra), i protagonisti di questi due capolavori della letteratura di tutti i tempi dovranno affrontare e superare una serie di rocambolesche avventure dai contorni fantastici e paradossali, per poter raggiungere la loro piena maturità. Le prove che dovranno superare, le sopraffazioni e le angherie che saranno costretti a sopportare  rappresentano una sorta di penitenza e di purificazione, attraverso le quali potranno finalmente riscattarsi.

Lucio, il protagonista delle “Metamorfosi – L’asino d’oro” (Oscar Mondadori), appare come l’alter ego dello scrittore dell’antica Roma, anch’egli animato da una grande curiosità ed  attratto dalle arti magiche. Ma questi suoi interessi non si ispiravano alla magia nera, alla stregoneria, ai riti propiziatori, per i quali subì anche un processo. Apuleio era interessato, piuttosto, ad una magia più alta, intesa come attività filosofica e religiosa, che elevava lo spirito verso le vette più alte della conoscenza umana e divina e tracciava un percorso privilegiato con il sacro e, appunto, con la divinità. Una magia superiore, che potesse venire in soccorso dell’uomo ed affrancarlo dalle sue miserie e dalle sue debolezze. E per poter raggiungere queste vette di conoscenza, ma anche per potersi riscattare dalle oppressioni fisiche e morali che lo angustiavano, Apuleio  immaginava che l’uomo dovesse superare inevitabilmente una sorta di via crucis,  attraverso sofferenze e tribolazioni.

La magia e il divino, un binomio che da sempre accompagna la vita dell’uomo in tutte le sue manifestazioni, sono il filo conduttore del libro di Apuleio, scritto circa duemila anni fa, con cui l’autore sembra interrogarsi su questi due temi che tanto hanno affascinato gli scrittori dell’antichità e che ancora oggi fanno discutere circa l’influenza che possano avere sull’esistenza umana. Due forze antagoniste e contrapposte che condizionano la vita delle persone nel bene e nel male e che a volte ne limitano le scelte. E sarà’ proprio un unguento magico che permetterà all’asino Lucio - che aveva comunque conservato tutta la sensibilità umana e la capacità di comprendere – di vivere una serie di straordinarie esperienze e avventure rocambolesche, di conoscere nuovi paesi, di sperimentare nuove condizioni e abitudini di vita. Passando da un padrone all’altro, da quello più violento e brutale a quello più umano,  Lucio ci racconta la vita nelle sue più incredibili sfaccettature, da un punto di osservazione strano e privilegiato, ossia nella condizione di vita dell’animale più “stupido” esistente in natura che, avendo ereditato l’intelligenza umana, può scrutare il mondo e gli uomini, può conoscerne i pregi e i difetti, la bontà e la cattiveria. L’asino Lucio ci parla di tutto ciò che vede o che sente raccontare dai tanti personaggi che incontra lungo il suo cammino e la narrazione si presenta come una sorta di mosaico di tante vicende, un puzzle di storie di vita il cui filo conduttore è, di volta in volta, l’amore e l’erotismo, l’infedeltà coniugale e l’inganno, la miseria e la violenza, le arti magiche e la religione. Ma è la divinità – e non più una pozione magica - a trasformarlo nuovamente in un essere umano, a riportarlo sulla giusta strada, a renderlo libero – in cambio di devozione assoluta -  quasi a voler sottolineare che non si possono sfidare gli Dei e che il “divino” è superiore a qualsiasi arte magica, a qualsiasi incantesimo o arte propiziatoria. L’uomo, con la sua intelligenza, non può spingersi oltre il tracciato della propria conoscenza, sembra volerci ammonire Apuleio, altrimenti va incontro ad una serie di terribili sventure, da cui può essere liberato solo dal proprio Dio.