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lunedì 12 febbraio 2018

Una poesia contro le brutture



Tutte le sere, prima di cadere tra le braccia di Morfeo, ho la piacevole abitudine di leggere una o due poesie. Non di più. Per poterle meglio apprezzare vanno gustate lentamente, in piccole dosi. Le leggo e le rileggo più volte, quasi a volerle imprimere per sempre nella mia memoria e per dimenticare le brutture visive della giornata appena trascorsa, brutture che, purtroppo, si ripresenteranno immutate il giorno successivo: la follia del traffico della città che rende l'aria irrespirabile; l’idiozia delle scritte murali e dei graffiti che deturpano ogni spazio; lo spettacolo della spazzatura che si annida dovunque e ci ammorba; la pubblicità cartacea che ci sommerge; la “musica” di sottofondo sparata a tutto volume (nei locali pubblici, nelle stazioni delle metropolitane…) che ci rimbambisce; le facce inquietanti dei politici che, in televisione, ci promettono un mondo migliore. E voglio anche illudermi che una poesia abbia la forza di evitare che tali brutture possano ripresentarsi in sogno sotto forma di incubi notturni.

Febbraio

Febbraio è sbarazzino.
Non ha i riposi del grande inverno,
ha le punzecchiature,
i dispetti
di primavera che nasce.
Dalla bora di febbraio
requie non aspettare.
Questo mese è un ragazzo
fastidioso, irritante
che mette a soqquadro la casa,
rimuove il sangue, annuncia il folle marzo
periglioso e mutante

(Vincenzo Cardarelli)

martedì 6 febbraio 2018

Quando il dipendente diventa un oggetto



Ci si chiede: è mai possibile che un dipendente possa arrivare ad annullare se stesso, i propri sentimenti e la propria dignità di lavoratore offrendosi, anima e corpo e senza alcun ritegno morale, all’azienda in cui lavora fino a diventarne un oggetto? E’ mai possibile che il “padrone” di quell’azienda, in forza del suo potere, possa usare quel suo dipendente come fosse un bicchiere, una penna, una sedia, una scrivania? Insomma, come un suo oggetto personale? Sebbene i due comportamenti possano apparire davvero estremi in un qualsiasi contesto lavorativo, essi ci costringono tuttavia a riflettere fin dove può arrivare l’aberrazione dell’uomo quando viene a trovarsi in simili frangenti. Chi non ricorda l’assurdo rapporto tra il capo e l’impiegato in quella famosa saga cinematografica dove il rag. Fantozzi si ritrova in balia delle decisioni del suo Megadirettore Galattico!
Sono, questi, comportamenti perversi che spesso rappresentano due facce della stessa medaglia: li ritroviamo nel libro “Il padrone” di Goffredo Parise, pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1965, anno in cui si aggiudicò il premio Viareggio. L’ho appena finito di leggere, nell’edizione Einaudi del 1971. E’ un libro che lascia un segno di profonda inquietudine nell’animo di chi lo legge e può essere collocato – secondo alcuni critici - in quella specifica corrente letteraria che porta il nome di “narrativa industriale” o “aziendale” dei primi anni sessanta, seguita da scrittori come Paolo Volponi, Luciano Bianciardi, Ottiero Ottieri ed altri. Nelle opere di questi autori ritroviamo alcuni importanti temi - ripresi poi dai giovani contestatori della società borghese e consumistica degli anni successivi al boom economico - quali l’alienazione, la solitudine estraniante delle metropoli, la ripetitività frustrante del lavoro sia in ufficio che nella fabbrica. Ma, d’altro canto, c’è da dire che “Il padrone” – grazie soprattutto all’ambigua ironia che aleggia tra le sue pagine oltre che alla rappresentazione caricaturale e metafisica che Piovene fa dei suoi personaggi - in qualche maniera si allontana dalla seriosità e dall’impegno civile e sociale dei romanzi di “matrice industriale”. E pertanto, come ha scritto qualcuno, il romanzo di Piovene somiglia più ad una “favola aziendale”, o meglio ad una parodia con i suoi risvolti a volte comici ed a volte malinconici e con punte di vera perfidia nei confronti di un povero impiegato, da parte del “padrone” della ditta in cui lavora. Dove i nomi dei personaggi richiamano quelli dei fumetti: incontriamo Lotar, il commesso-portiere della ditta dalle caratteristiche scimmiesche; Bombolo, Diabete, Pluto e Pippo, che sono impiegati con funzioni diverse; quindi Selene, la segretaria impudica e poi Minnie, la fidanzata del padrone, la quale ha il compito di rimodernare la biblioteca della ditta. E allora quale migliore occasione per eliminare romanzi e saggi inutili e sostituirli con le collezioni complete di Gordon, di Superman, di Paperino di Mandrake.

Ma chi sono i due protagonisti principali del libro? Il primo è un onesto e ingenuo ragazzo di provincia di vent’anni – apparentemente normale - voce narrante della storia, il quale vive alle spalle dei genitori ma desidera costruirsi una propria vita indipendente; il sogno sembra realizzarsi il giorno in cui viene assunto come impiegato presso una ditta commerciale in una grande città. A questo punto nuovi pensieri e nuovi sentimenti, mai sperimentati prima, iniziano a torturarlo e gli si aggrovigliano confusi nella testa fin dal primo momento: l’emozione per il primo impiego…l’impatto con i colleghi d’ufficio…lo spaesamento che provoca la grande metropoli… la paura di non farcela…la sua vita che cambia radicalmente…i suoi propositi per il futuro… Ma a complicare tutto, ci si mette  il Dottor Max: “il padrone”. Costui è un personaggio inquietante, nevrotico, dall’umore cangiante, ossessionato da strane idee sulla morale. Lui è un uomo ricchissimo, però ha scelto come fidanzata una persona povera, per mettersi a livello di tutti. La ritiene una scelta morale, identica a quella di rinunciare al gabinetto personale per non avere alcun privilegio e per trasformarlo in un ufficio: l’ufficio per il suo neo-assunto. Come dire: il dipendente prende il posto del wc. Ed è l’inizio della fine, della tragedia umana ed esistenziale del nostro impiegato il quale finirà per essere stritolato dal sistema messo in atto dal padrone attraverso una crudele spersonalizzazione, le cui conseguenze nefaste lo faranno diventare una sua protesi, una cosa di sua proprietà, finendo per identificarsi in maniera assoluta e morbosa con lui, tanto da non riuscire a pensare a se stesso senza pensare al padrone “…il padrone, Padrone del mio tempo, dei miei atti, dei miei pensieri, dei miei sentimenti e del tempo libero che è interamente occupato dalla sua presenza” . In breve accetterà, felice e soddisfatto, qualsiasi cosa gli venga proposta: diminuzioni dello stipendio, iniezioni di vitamine senza averne bisogno (ma ne ha bisogno il padrone); sposerà una ragazza ritardata mentale perché il padrone vuole una discendenza di ritardati ubbidienti per la sua ditta; e per rendere felice il padrone il protagonista, alla sua domanda “ma lei a che cosa aspira?” lui risponde: “alla morte”. E’ un libro crudele e sarcastico, grottesco e inquietante, dove i due protagonisti appaiono entrambi vittime e carnefici di se stessi.

mercoledì 31 gennaio 2018

Valore



 
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

Erri De Luca

venerdì 26 gennaio 2018

Un altare per la madre



“Non si può pensare a lungo alla morte senza impazzire un poco. Dunque tutti siamo un poco pazzi. Questa leggera pazzia è la normalità, chi non ce l’ha non è normale”  

Un altare per la madre -  F. Camon

 
“La bara avanzava ondeggiando”, accompagnata da un piccolo corteo che “percorreva un sentiero stretto e polveroso, di terra sabbiosa, fra spianate di frumento infestato di papaveri: intorno si vedeva più rosso che giallo, e si sentiva un forte odore di erbaglia verde fermentata al sole…”. Si apre così, con questa malinconica scena immersa in un profluvio di colori e profumi di campagna, il romanzo di Ferdinando Camon “Un altare per la madre”, edito da Garzanti nel 1978. Dietro la voce narrante del libro si cela, molto probabilmente, il suo autore che vuole onorare la persona a lui più cara, sua madre, ma vuole anche celebrare una società, una filosofia di vita, un mondo arcaico ormai scomparso, quel mondo rurale e contadino a cui appartiene e si sente legato, che “non aveva nulla a che fare col resto del mondo”. Era un mondo, quello evocato da Camon, dove il legame alla terra, la vita semplice scandita dalle stagioni e dai suoi riti immutabili, la solidarietà tra le persone, il rapporto quotidiano con la fede cristiana, erano valori fondamentali.
Teatro della narrazione è un piccolo paese della campagna veneta (lo scrittore è nato a Padova) e in quella casa di contadini - da cui è partito il corteo funebre - è venuta a mancare all’improvviso una madre, il riferimento più importante del nucleo domestico, la cui vita è stata spesa tra il lavoro dei campi e la famiglia. Ma è venuta a mancare anche un legame importante per l’intera comunità, perché in un paese ci si conosce tutti e quando muore una persona è come se morisse una parte di ognuno di loro. Per giorni non si parla che del morto “che quindi non è mai stato così vivo”.
Quella gente semplice non sa cosa sia la morte e ne è terrorizzata, come lo è di tutte le cose misteriose, fino a quando non bussa alla porta di qualcuno di loro. E allora la paura sembra svanire. Se ne può finalmente parlare: la morte diventa una parte dell’esistenza. Ma con la scomparsa della madre fa irruzione, anche nella vita del figlio, il pensiero della morte. Della sua morte. All’improvviso si sente messo quasi allo scoperto, per la prima volta. E’ come se la generazione precedente, quella a cui apparteneva la madre che lo aveva partorito, facesse da garanzia e lo nascondesse alla morte: non poteva temerla, perché toccava prima a sua madre, secondo un ordine naturale.
E ora che la madre non c’è più, affiorano nella mente del figlio i ricordi di una vita. Dolore e commozione sono i sentimenti che traspaiono dal libro, la cui scrittura presenta uno stile lineare, asciutto, privo di inutili orpelli, che ci rimanda ad una filosofia di vita molto più semplice, legata a valori e tradizioni propri di quella civiltà contadina in via di estinzione.

mercoledì 17 gennaio 2018

Confessioni di una maschera



Io credo che sarebbe riduttivo parlare di letteratura giapponese del Novecento se dimenticassimo uno dei suoi interpreti principali: Yukio Mishima, nato a Tokyo nel 1925, acceso nazionalista nonché sostenitore del potenziamento militare del suo paese e della sua vocazione imperialista, morto suicida nel 1970 con un clamoroso harakiri, alla maniera degli antichi samurai.
“Confessioni di una maschera” (pubblicato nel 1949) è il suo primo e indiscusso capolavoro letterario che gli procurò una immediata popolarità internazionale. Devo dire che mi ero già accostato, nel passato, alla narrativa nipponica leggendo Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, un libro di rara bellezza che mi aveva positivamente colpito. La lettura di “Confessioni di una maschera” - in virtù della sua prosa raffinata ed elegante - non poteva che rafforzare la mia stima nei confronti di questi due scrittori del Sol Levante.  Yukio Mishima mette al centro del suo romanzo la “maschera”, quale simbolo metaforico della “doppia identità” di un individuo che si esplica tra realtà ed apparenza, tra sfera intimistica e sfera sociale. La storia ripercorre il dramma esistenziale di un giovane di buona famiglia – ci troviamo nella capitale giapponese nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale – il quale, per non soggiacere ai severi pregiudizi di natura sociale e familiare ed essere, altresì, accettato ed amato da chi gli stava intorno, si vede costretto a nascondere la sua omosessualità e, quindi, il suo personale disinteresse nei confronti delle donne.
E’ un tema, quello della “maschera”, praticamente inseparabile dalle vicende umane, tant’è che nella vita di tutti i giorni le persone non sempre si mostrano per quello che sono realmente, ma sentono spesso il bisogno di indossare una maschera: per puro esibizionismo o per esplicita vanità. Ma anche per convenienza o per inadeguatezza esistenziale. C’è da dire, inoltre, che la maschera ha conquistato tantissimi scrittori fin dai tempi più antichi. Per rimanere nella letteratura del Novecento, basti pensare a Luigi Pirandello ed ai suoi memorabili personaggi descritti ne “Il fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila”, le cui esistenze sono legate indissolubilmente ad una maschera, dietro alla quale celano la propria natura più intima.
E dietro ad una maschera si nasconde anche il giovane protagonista che nasce dalla penna di Yukio Mishima, per sentirsi normale e difendersi da una società e da un sistema educativo che – in quel determinato periodo storico - mirava a produrre soldati, giovani coraggiosi e virili, “esseri di pura carne animale non viziata dall’intelletto”. Lui invece, il ventenne Kochan, è d’indole assai riservata, ha un fisico gracile e non emerge nello sport, è troppo portato all’introspezione, difetta di audacia ed è chiuso sui libri più del dovuto. Ma la cosa peggiore è che non mostra alcun interesse per le ragazze, come i suoi compagni di scuola, ma prova invece una evidente attrattiva per i corpi maschili; è affascinato dai soldati che muoiono in battaglia e dalla natura tragica del loro mestiere; si sofferma estasiato, ebbro di piacere fisico oltre che estetico, al cospetto del San Sebastiano trafitto dalle frecce di Guido Reni; e già da piccolo, nel leggere le fiabe, non provava alcuna simpatia per le principesse ma voleva bene solo ai principi e tanto più ne voleva “ai principi uccisi o destinati alla morte”. E bastava che un giovane perisse di morte violenta perché lo amasse perdutamente. E allora la morte, per il nostro personaggio, diventa il suo pensiero costante, l’unico che può liberarlo da quel fardello gravoso che lo perseguita da sempre: il dover apparire agli occhi degli altri (la società, la famiglia, gli amici) diverso da come si sente realmente. Però anela ad una “morte gloriosa in battaglia” anche se poi “quando suonavano le sirene d’allarme, quello stesso aspirante a morte gloriosa si lanciava a corsa pazza verso i rifugi, seminando tutti quanti dietro di sé”. Ma bisognava pur vivere e per vivere, il nostro eroe è costretto a fingere una “normalità” che non gli appartiene, a simulare una storia d’amore con la sorella di un suo amico, a reprimere sentimenti e impulsi di vera attrazione fisica nei confronti dei maschi. E a furia di camuffarsi da individuo normale con una maschera di circostanza, il protagonista finisce per logorare quel minimo di normalità che forse possedeva in origine, diventando così una persona incapace di credere in qualcosa che non fosse simulata.

mercoledì 10 gennaio 2018

Gli artisti



Vorrei che qualcuno mi chiarisse la sostanziale differenza che passa tra gli spettacoli televisivi (meglio talk show) diretti da Fabio Fazio e Bruno Vespa e quelli condotti da Bianca Berlinguer e Lucia Annunziata. Qualche volta mi capita di guardarli. A me risulta che tali noiose esibizioni si basino – tutte – su interviste o dibattiti tra il presentatore di turno (che è un giornalista) e vari ospiti, perlopiù personaggi famosi del mondo dello spettacolo e della politica. Ma pare che non sia così. E tutto nasce da una legge che recentemente ha stabilito un tetto di 240 mila euro annui ai dipendenti pubblici, legge recepita immediatamente anche dalla Rai che l’ha imposta al suo interno, in primis ai giornalisti, lasciando però fuori gli “artisti”. E chi sarebbero questi geni della televisione, questi maestri del “bello” che pur conducendo una trasmissione giornalistica sono riusciti a portare a casa un contratto da “artista”, svincolato dal tetto annuo di 240 mila euro? Sono i due anfitrioni della televisione pubblica: Fabio Fazio e Bruno Vespa. I due artisti.
Per l’occasione sono andato a consultare il dizionario della lingua italiana (Devoto – Oli) il quale definisce artista “chi opera nel campo dell’arte come creatore o come interprete (spec. di testi musicali o teatrali)…; chi ha raggiunto un notevole livello di eccellenza nel campo artistico prescelto”. Ora, alla luce di quanto sopra, quando io penso all’artista (senza scomodare i grandi del passato della pittura, della scultura, della musica, dell’arte in generale) il mio pensiero va ad un autore qualsiasi di opere estetiche e culturali dei nostri tempi: per esempio il musicista…l’attore di teatro…il cantante…il poeta…il pittore… e, perché no, il grande calciatore o il grande architetto. Il mio pensiero va al falegname, al fabbro, al decoratore… Ma, francamente, mi riesce davvero difficile accostare Fazio e Vespa al mondo dell’arte e della cultura. Non riesco proprio a capire – guardando “che tempo che fa” e “porta a porta - dove si possa annidare l’anima artistica dei suoi conduttori e ideatori. Faccio una grande fatica ad afferrare l’idea secondo cui le chiacchiere di Fazio, con i suoi ospiti politici, siano da considerare un’espressione artistica, mentre quelle della Berlinguer, con gli stessi ospiti, solo interviste giornalistiche. Evidentemente mi sfugge qualcosa.

venerdì 5 gennaio 2018

Un libro dissotterrato



Mario Puccini, chi era costui? Oggi, sicuramente, mi sarei posto questa domanda se non avessi conosciuto – tanti anni fa - una ragazza (diventata poi mia moglie) che stava scrivendo, a quei tempi, la sua tesi di laurea in Lettere Moderne sulla vita e le opere di uno scrittore marchigiano, nato a Senigallia nel 1887 e morto a Roma nel 1957: Mario Puccini, appunto. Ricordo che la suddetta “ragazza”, non riuscendo a trovare un paio di libri di questo scrittore ed essendo venuta a conoscenza che il figlio (Dario Puccini, critico letterario ed uno dei massimi studiosi di letteratura spagnola) viveva a Roma, mi pregò di andare presso la sua abitazione, per cercare di recuperare quei testi, fondamentali per la preparazione della sua tesi di laurea. Devo dire che Dario Puccini  mi accolse davvero con squisita disponibilità e nel fornirmi i due volumi tanto ricercati, mi omaggiò anche con il romanzo “Gli ultimi sensuali” scritto dal padre Mario (Garzanti editore – 1944). Ricordo ancora che lo “abbandonai” sullo scaffale della mia libreria, senza nemmeno sfogliarlo, tra quei libri che aspettano di essere letti. E lì è rimasto in attesa per oltre 30 anni, con le sue pagine sempre più ingiallite dal tempo. Poi giorni fa, chissà per quale oscura e misteriosa ragione - visto che già altre volte nel passato l’avevo preso tra le mani senza mai decidermi – ho avvertito una strana sensazione: era arrivato finalmente il momento di leggere “Gli ultimi sensuali” di Mario Puccini. L’ho preso con estrema delicatezza, come se fosse una cosa preziosa e rara e man mano che proseguivo nella lettura mi sono accorto che le pagine - che si erano mantenute intatte per tanti anni, seppure un pò ingiallite – iniziavano a staccarsi dal dorso una ad una mentre le sfogliavo, come foglie secche che cadono da un albero in autunno al primo alito di vento. O meglio, come un reperto archeologico che, mantenutosi integro per tanti secoli sepolto sotto una coltre di terra, si sgretola una volta rinvenuto e portato alla luce del sole.
Ma le parole erano intatte, limpide, senza tempo. Una prosa dal sapore antico, se mi è consentito, così lontana dalle mode effimere della letteratura usa e getta dei nostri giorni. Il libro contiene tre brevi racconti, incentrati su tre diverse tematiche: l’amore, l’amicizia e l’impotenza, sentimento quest’ultimo inteso come inadeguatezza del proprio ruolo sociale. L’autore porta avanti la sua narrazione attraverso personaggi riservati, schivi, dall’indole solitaria che appartengono ad una condizione umana inappagata e alienata e ne indaga l’aspetto psicologico della loro esistenza. Mi piace qui riportare l’incipit del primo racconto che io ritengo sia il più bello, quale assaggio dello stile narrativo di questo autore dimenticato. Il protagonista è un professore che vive e insegna a Varese, solo, “tra la scuola dove insegno e la mia camera. Non affetti, non amici, pochi contatti, scarse distrazioni”, il quale decide di ritornare nel suo paese d’origine, per ritrovare ciò che laggiù aveva lasciato di caro e forse il meglio della sua vita: il suo antico amore.

“Trentadue anni che non ritornavo tra le mura, nelle vie; che non respiravo l’aria della mia città. Ma sono contento di essermivi riaffacciato in queste giornate: che da tempo non è più estate, ma il tardo, l’ultimo autunno non è ancora precipitato con le sue ore scopertamente grevi, mollicce: e il sole non è più troppo caldo, pieno, ma neanche si arrende languido e docile al vento che sgruppa ed allenta con estrema facilità le nuvole sulle quali il suo bagliore s’infila e sparpaglia. Al mare non si andava già più in queste mattine; ma la città pareva diventata come più piccola, più meschina: le piazze, le contrade, le case, le piante, sembrava avessero perso ciascuna qualche cosa; una sorta di patina bigia, come una ruggine, macchiava e incupiva tutto…”.
Di questo autore Vasco Pratolini (leggo su Wikipedia) ebbe a dire: “uno dei maestri a cui la letteratura italiana deve rendere giustizia”. Ma la buon’anima di Puccini sta ancora aspettando. I suoi libri non si trovano più da nessuna parte…e chissà se c’è ancora qualcuno che si spinge a fare una tesi di laurea su di lui. Io credo che un romanzo non muore mai fino a quando c’è qualcuno che lo legge e ne parla. Perché leggere un libro introvabile e dimenticato da tutti è come riesumarlo dall’oblio del tempo e dargli nuova vita.

giovedì 14 dicembre 2017

Citare



Lo ammetto: quando scrivo un post mi piace citare e non mi lascio mai sfuggire l’occasione di prendere a prestito un aforisma di un grande autore. Però, sia ben chiaro: in tale circostanza non intendo assolutamente fare sfoggio di cultura. Ritengo di essere la persona meno adatta per questo genere di ostentazione. Di sicuro, però, l’attrattiva di citare personalità del mondo della cultura per sostenere un mio ragionamento è davvero molto forte. Sapere che un grande autore del mondo artistico, letterario o filosofico abbia dato voce - con parole per me irraggiungibili – ad una mia idea appena abbozzata ed alquanto confusa, non può che spingermi a citare quella frase, quel concetto in cui mi ritrovo ed in cui mi rispecchio. Pertanto, se qualche volta mi scappa una bella citazione, sappiate che – come scriveva Michel de Montaigne – “faccio dire agli altri quello che non posso dire altrettanto bene, sia per insufficienza del mio linguaggio sia per insufficienza del mio sentimento…bisogna che nasconda la mia debolezza sotto quelle grandi autorità”. Quindi è semplicemente un atto di modestia, il mio; è il riconoscimento della superiorità intellettuale dell’autore a cui mi rivolgo, in quel particolare momento, per puntellare la mia considerazione scritta.
Montaigne è l’autore dei “Saggi” (Adelphi - 2 vol. - pag. 1588), una delle opere più belle che siano state mai scritte, da tenere sempre sul comodino. Un’opera che oltre a raccoglie le sue riflessioni sull’esistenza umana, contiene tantissime citazioni prese da quegli autori dell’antichità che il filosofo francese riteneva fossero riusciti ad esprimersi, su certi argomenti,  meglio di lui e con più raffinatezza. Basti pensare che Seneca viene citato 130 volte, mentre Lucrezio, probabilmente il suo autore preferito, la bellezza di 149 volte. Un libro che spinse F. Nietzsche a dire “che un tale uomo abbia scritto, ha accresciuto il nostro piacere di vivere su questa terra”.

E allora, se l’arte del citare è stata usata così diffusamente dal grande filosofo del ‘600, permettetemi di azzardare, di tanto in tanto, qualche appropriata citazione al fine di rafforzare o migliorare una mia debole opinione su una determinata questione. Opinione – la mia – che si presterebbe facilmente a qualsiasi critica, anche la più feroce, e che riscuoterebbe davvero scarso successo se, in certe specifiche occasioni, non fosse supportata da un riferimento letterario di un grande pensatore. E poi – lasciatemelo dire – posto che io scriva un pensiero rinforzato da una citazione – immaginiamo di Montaigne – il cui contenuto non dovesse incontrare l’apprezzamento di chi legge, ebbene costui anziché criticare me (e sarebbe fin troppo facile), dovrebbe avere doti culturali davvero straordinarie per mettere in discussione il pensiero del filosofo francese. Insomma, la citazione colta si rivela essere anche un mezzo per far valere la propria idea e sentirsi più convincenti, sostenuti e protetti dal pensiero, a volte inattaccabile, di chi è diventato immortale proprio grazie al suo pensiero.
I libri migliori sono fonti inesauribili di citazioni. Non riuscirei a leggere se non avessi tra le mani una matita con la quale sottolineare quelle frasi, quelle parole, quei pensieri che più mi lasciano ammirato ed in cui ritrovo me stesso. In una sua lettera a Lucilio, Seneca scriveva: “dopo aver letto molto, scegli un pensiero che tu possa assimilare in quel giorno. Anch’io faccio così: del molto che leggo, prendo sempre qualcosa…”. Si può non essere d’accordo con il grande filosofo dell’antica Roma?

mercoledì 6 dicembre 2017

E' Natale: si salvi chi può!



Stanno per arrivare le feste di Natale e di fine anno. Me ne sono accorto – ahimè - dal traffico caotico di questi giorni, dagli addobbi che impazzano, dalla corsa ai regali e dall’accaparramento compulsivo di viveri e prodotti di ogni genere, come se fosse imminente un’apocalisse. Isteria collettiva che si ripete ogni anno. E allora, si salvi chi può
 
dai panettoni, dai pandori, dai cesti natalizi
pericolosamente accatastati nei centri commerciali;
si salvi chi può dai torroni, dai dolci e dai dolcetti,
dai fichi secchi, dalle noci, dalle castagne e dai lupini,
dagli spumanti e dagli insaccati… ammucchiati a quintalate sugli scaffali;

si salvi chi può dagli addobbi luccicanti e dalle decorazioni,
dalle luminarie intermittenti e dalle palle colorate,
dai botti, dalla neve finta, dagli alberi di natale e dalle tombolate;

si salvi chi può dai soliti ritornelli “dove vai a Natale” e
“con chi trascorri il veglione di Capodanno”,
e si salvi chi può dal cenone della vigilia e da tutte le abbuffate che verranno;

si salvi chi può dalla corsa frenetica ai regali, dalle folle festanti,
dagli ingorghi, dalle file nei negozi per gli ultimi acquisti;
si salvi chi può dagli auguri dei parenti che non vedi da una vita
e da quelle cartoline natalizie on line con musichetta ”astro del ciel” incorporata;

si salvi chi può da quelli che si riscoprono credenti solo a Natale
e vanno poi alla messa di mezzanotte
e si salvi chi può da quelli che “a Natale bisogna essere tutti più buoni”;

si salvi chi può dalla martellante pubblicità dei panettoni sotto l’albero,
dai consigli su ”come preparare il pranzo di natale e il cenone di capodanno”,
e si salvi chi può dalle interviste televisive agli italiani nei telegiornali,
su “come hanno trascorso le feste di fine anno”;

si salvi chi può dall’attesa della mezzanotte davanti alla TV, con l’orologio bene in vista, in compagnia dei Carlo Conti…dei Fabio Fazio…dei Gigi D’alessio, pronti a stappare (al meno 10…meno 9…meno 8…) il solito spumante di scarsa qualità  e festeggiare l’anno che verrà.

 

martedì 28 novembre 2017

L'assassino nascosto in ognuno di noi



Non riesco a seguire le tante storie di omicidi di cui si occupano quotidianamente tutti i mezzi di informazione, tantomeno sono attratto dai libri polizieschi, rientranti nella cosiddetta “letteratura gialla” . I serial killer, i morti ammazzati, i commissari di polizia, gli indizi per scoprire l’assassino, non mi hanno mai appassionato. Per me la letteratura è altro.
Tuttavia, avevo trovato su un banchetto dell’usato, tempo fa, un romanzo di George Simenon - il principe dei giallisti - che si intitola “L’uomo che guardava passare i treni”, nella bella edizione “la biblioteca di Repubblica”. Ricordo che mi aveva colpito innanzitutto quel titolo che evocava il treno e - da buon ex dipendente delle Ferrovie dello Stato - lo presi senza indugio, salvo poi abbandonarlo tra quelli che aspettano di essere letti. Finalmente mi sono deciso, grazie anche ai consigli di un amico blogger, lettore entusiasta e impenitente dello scrittore belga, l’inventore del famoso Commissario Maigret. Quest’ultimo, però, non ha nulla a che vedere con il libro di cui parlo. Simenon, ne “L’uomo che guardava passare i treni” ha posto al centro dell’analisi un altro protagonista della sua sterminata produzione letteraria: Kees Popinga. Costui è un agiato quarantenne olandese che vive in una bella casa a Groninga “una cittadina casta” dove lavora come impiegato in una ditta di forniture navali. E’ sposato ed ha due figli, conduce una vita normalissima ed abitudinaria - praticamente casa e ufficio - non beve alcolici, va a letto presto, si concede una partita a biliardo di tanto in tanto e non ha mai tradito sua moglie, tranne che col pensiero. Le sue fantasie erotiche inconfessabili, infatti, sono segretamente rivolte alla moglie del suo datore di lavoro, oltre che a Pamela, una formosa prostituta della zona. Però non ha mai avuto il coraggio di andare oltre. “L’umiliazione più grande, per Kees – dice la voce narrante del libro - era di non aver mai osato”. Il massimo della sua dissolutezza, se così si può dire, il nostro personaggio la provava ogni qualvolta vedeva passare un treno nella notte, con i vagoni letto, le luci abbassate e le tendine calate sul mistero dei viaggiatori: in quel momento percepiva una sorta di furtiva emozione - di cui quasi si vergognava – fino a turbarlo, nell’immaginare chissà quali storie licenziose si potessero nascondere dietro quelle tendine di quel treno che sfrecciava nel buio della notte.

Questo tran tran quotidiano durava ormai da circa quindici anni e da altrettanti, sia Kees che la moglie, “erano irrigiditi negli stessi atteggiamenti”. Nulla pareva cambiarli e scuoterli da quell’immobilismo. Lui si compiaceva della sua immagine dignitosa e impassibile di buon olandese e di buon padre di famiglia sicuro di se, andava fiero della sua onorabilità e della sua virtù. Tanto che “…avrebbe scrollato le spalle se gli avessero detto che la sua vita sarebbe cambiata di punto in bianco, e che quella fotografia sulla credenza, che lo ritraeva in piedi tra i familiari, una mano distrattamente poggiata sulla spalliera di una sedia, sarebbe stata riprodotta da tutti i giornali d’Europa”. Ma spesso l’imponderabile è dietro l’angolo e, nella fattispecie, si manifesta, all’improvviso, con il fallimento della ditta in cui lavora che pone il protagonista del libro di fronte alla prospettiva di un suo inevitabile tracollo economico; pensiero, questo, che lo sconvolge e gli fa perdere completamente la testa. Allora, Popinga abbandona la famiglia, ammazza la prostituta Pamela  perché, alla sua richiesta, lo aveva deriso e fugge a Parigi con un treno della notte, dove inizia un lungo vagabondaggio per le strade della città, in mezzo alla folla che gli passa accanto ignara, sfidando la polizia e scrivendo lunghe lettere ai giornali per raccontare la sua verità e smentire le false notizie riportate dagli stessi giornali. “Non sono né pazzo né maniaco – scrive in una di queste lettere – solo che a quarant’anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi, perché ho scoperto un po’ tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato”.
“L’uomo che guardava passare i treni” si è rivelato un ottimo romanzo, scritto con una prosa chiara ed essenziale, con tempi di attesa e di suspense molto efficaci. La cosa che sorprende è che la narrazione si allontana dallo schema classico del giallo, dove immancabilmente si è in presenza di un omicidio e non si conosce l’assassino. In questo libro, invece, l’assassino lo conosciamo subito, fin dalle prime pagine, e su di lui si concentra tutta l’attenzione dello scrittore e la sottigliezza della sua analisi psicologica nel descrivere i mostri ed i fantasmi che lo divorano. Ne viene fuori un personaggio memorabile, dalle molteplici sfaccettature, che si lascia osservare e giudicare con distacco e disincanto, a volte quasi con benevolenza e mai con orrore, nonostante abbia commesso un delitto e ne abbia tentato un secondo. Un personaggio, quello uscito dalla penna di Simenon, che fa riflettere sugli abissi più reconditi della psiche umana e ci accompagna in un finale velato di struggente malinconia.

martedì 14 novembre 2017

Lo scrittore e la montagna



“Può anche apparirti del tutto diverso, da adulto, un posto che amavi da ragazzino, e rivelarsi una delusione; oppure può ricordarti quello che non sei più e metterti addosso una gran tristezza”

Tra le mie letture preferite ci sono molti libri che hanno vinto premi importanti, quali lo Strega e il Campiello. Sono opere di autori che hanno lasciato un’impronta significativa nella nostra letteratura, autori con i quali sono cresciuto e mi sono formato. Penso a Pavese, a Moravia, alla Morante, a Tomasi di Lampedusa, a Calvino, a Cassola, a Petroni, a Silone, a Tabucchi…Tanto per fare qualche nome. Devo dire, però, che da un po’ di tempo a questa parte, l’assegnazione di tali ambiti riconoscimenti si ispira più a criteri commerciali che letterari, tant’è che difficilmente mi lascio irretire dall’uscita dell’ultimo “capolavoro”, vincitore di questo o quell’altro premio. Non leggere il libro del momento - che di solito decora le vetrine di tutte le librerie - può addirittura apparire come una forma di snobismo o insofferenza per il bestseller, tuttavia ritengo che a volte un romanzo debba maturare e aspettare tra gli scaffali, perché in letteratura e, in particolar modo nel mondo editoriale, nessun giudice è più giusto e veritiero del tempo.
Devo dire, però, che così non è stato per il romanzo di Paolo Cognetti “Le otto montagne” (Einaudi editore), vincitore dell’ultimo Premio Strega. L’ho letto la scorsa estate, a pochi giorni dalla sua pubblicazione, con discreto gradimento. E’ un libro che si allontana dalle mode editoriali e letterarie oggi vigenti. Ricordo che ero rimasto particolarmente colpito dalla semplicità e dalla timidezza di questo giovane scrittore milanese, dall’indole solitaria - non ancora quarantenne -  il quale,  durante una sua intervista televisiva, raccontava di come un bel giorno, stanco della vita di città, avesse deciso di trasferirsi in una baita a duemila metri di altezza, lontano dal caos, dalle macchine e dagli uomini. Era cresciuto in montagna, la sua palestra di vita: almeno fino ai vent’anni era stato il luogo dell’estate dove si liberava di tutte le regole e tornava in uno stato quasi selvatico, per lui sinonimo di libertà e di felicità “Se uno va a stare in alto – scrive nel libro - è perché in basso non lo lasciano in pace”. Insomma, aveva scelto una vita da eremita, con due sole fidate presenze a vigilare sulla sua sicurezza: la scrittura e la montagna. La scrittura – come diceva Pavese – ti permette di parlare da solo e, contemporaneamente, di parlare ad una folla; la montagna, invece, ti fa apprezzare il silenzio, ti spinge a cercare una dimensione più umana, ti invita a conquistare la sua vetta, ti costringe a governare le tue paure. E, sempre la montagna, sembra volerti accogliere, come se uno fuggisse in alto dalle cose che lo tormentano in basso. Sapeste quante volte anch’io ho immaginato di isolarmi in un simile contesto! Poi, finisco soltanto per fuggire nel mondo dell’immaginazione, che è pur sempre un vasto territorio gratificante, dove il rischio di essere inseguiti è davvero minimo.

Il libro di Cognetti racconta, con una prosa essenziale e, direi, con ritmi estremamente lenti - come si conviene ad una storia ambientata in alta montagna - l’amicizia autentica e genuina tra due ragazzi della stessa età (che diventeranno poi uomini) i quali, pur nella loro apparente diversità (Pietro è un ragazzino di città, solitario e scontroso, Bruno, invece, vive quasi allo stato selvatico pascolando le vacche tra i monti), si ritrovano tutte le estati in un piccolo paese ai piedi del monte Rosa (Grana), dove i genitori di Pietro, appassionati di montagna (si sono conosciuti e sposati sulle pendici delle Tre Cime di Lavaredo), amano trascorrere le vacanze estive. Ma il libro racconta anche il controverso rapporto, a volte competitivo, tra un padre e un figlio. “Sapevo una volta per tutte – dice il protagonista  di aver avuto due padri: il primo era l’estraneo con cui avevo abitato per vent’anni, in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo intravisto eppure conosciuto meglio, l’uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l’amante dei ghiacciai…”  Un testo autobiografico che può essere letto, oltre che come un romanzo di formazione, anche come un invito a guardare il mondo con occhi differenti. “Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand’ero bambino – scrive Cognetti – perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sì, parla proprio di questo”.

lunedì 6 novembre 2017

L'unità d'Italia, dalla parte dei vinti e dei traditori



Nonostante la prosa sia influenzata da leggeri rigurgiti retorici tipicamente ottocenteschi e sia impregnata di un eccessivo lirismo religioso - che apparentemente potrebbero appesantirne la lettura - devo dire che nel suo insieme il romanzo storico “L’alfiere” di Carlo Alianello (pubblicato la prima volta nel 1942), presenta interessanti spunti di riflessione, che potrebbero incuriosire quei lettori interessati all’approfondimento delle innumerevoli tematiche risorgimentali.

Attraverso le vicende dei due protagonisti del romanzo - quali l’Alfiere Pino Lancia (di origini lucane), un giovane ed aristocratico ufficiale dell’esercito del Regno delle due Sicilie, pervaso da una salda e indiscussa fede borbonica ed il monaco siciliano Frà Carmelo, sostenitore della lotta garibaldina e, successivamente, cappellano delle truppe borboniche, messaggero di una forte e popolaresca fede religiosa - Alianello ci racconta, in maniera appassionata, la guerra fratricida combattuta fra le truppe borboniche e quelle garibaldine. Ma ci racconta anche la “storia” dalla parte dei vinti e dei traditori che, forti dei loro ideali di libertà - i primi - e delle loro meschine opportunità - i secondi - combatterono fino all’ultimo la stessa battaglia.

Nella prima parte del libro – che io ho trovato alquanto lenta ed a tratti anche noiosa, tant’è che mi sono trovato più volte sul punto di abbandonare la lettura - Alianello si sofferma in modo particolare sui dettagli dei numerosi scontri in territorio siciliano; e lo fa attraverso la descrizione di una variegata umanità povera e sofferente, per lo più appartenente alle classi più umili e disagiate del regno borbonico, la quale si trova a dover combattere una guerra già perduta in partenza e che fa da contorno ai due personaggi principali sopra citati, i quali si alternano nelle pagine del romanzo attraverso le loro personali e parallele vicende umane e cristiane. I due protagonisti del romanzo (che si incontreranno solo nei pressi di Gaeta, ultima roccaforte del Regno di Francesco II di Borbone), contribuiscono in maniera diversa e complementare a disegnare uno spaccato di un periodo storico molto controverso come quello risorgimentale. Pino Lancia, simbolo dell’onore militare, della fedeltà alla bandiera e degli ideali incorruttibili, è il fedele servitore di un regno in disfacimento, quello borbonico, attaccato dai Piemontesi, in nome dell’unità d’Italia; Frate Carmelo, invece, “con la camicia rossa e il cordone di S. Francesco”, emblema universale della pace e della cristianità nel mondo, è il servitore devoto di una chiesa che ha come compito spirituale quello di dare conforto e redimere dal peccato tutti gli uomini in guerra, sia quelli fedeli alla monarchia borbonica, che quelli avversi.

Il libro è pervaso da una sorta di sconsolata rassegnazione sull’esito di una guerra che appare irrimediabilmente perduta dall’esercito borbonico, guidato da generali corrotti e incompetenti, un esercito che sebbene fosse integro e ben armato, nonostante fosse molto più numeroso delle truppe garibaldine “...capitolava ignobilmente disponendosi a uscir da Palermo con armi e bagaglio”. Avvertiamo, inoltre, tra la descrizione di una battaglia e l’altra, tra una delusione ed una sconfitta, anche il tormento sentimentale di Pino Lancia per i suoi vagheggiamenti amorosi, a volte platonici ed a volte passionali, incarnati da tre donne molto diverse l’una dall’altra, che vogliono rappresentare tre differenti stati d’animo nei confronti del sentimento universale dell’amore.

Il libro vuole anche essere un’amara testimonianza sul comune sentire di un popolo, quello meridionale, che non crede più agli uomini che lo rappresentano nelle istituzioni, “perché sono tutte facce dello stesso Pulcinella”. Dietro le parole astratte di Stato e Patria, spesso si nascondono gli uomini peggiori, che si manifestano con gli imbrogli, la corruzione, i traffici illeciti, le truffe. Ma “chi è il nemico vero del mio paese?” si chiedeva Pino Lancia, “Garibaldi e i Piemontesi che vengono di fuori e a tutti i costi ci vogliono regalare questa benedetta libertà, che chi sa che gli pare e il mondo resterà sempre quello che è, o quelli che ci hanno governati sino ad ora, che hanno voluto ed hanno tollerato, per i loro fini, il sopruso, il raggiro, la corruzione?”

Insomma, tutto cambia affinché nulla cambi, sembra essere l’amara conclusione; lo stesso spirito che ritroviamo in seguito anche nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, e che sembra accompagnare da sempre la storia e le sorti del nostro Paese.

giovedì 26 ottobre 2017

E' tempo di olive



Tra tutti gli alberi presenti in natura, l’olivo è quello a cui sono più affezionato: una pianta di straordinaria e antica bellezza che accompagna da sempre la storia dell’uomo, fin dalle sue origini. Simbolo di pace, di fecondità, di resistenza, di unione familiare (le mie reminiscenze scolastiche mi riportano ai versi dell’Odissea e  a quel letto scavato nel tronco di un albero d’olivo che ornava “la maritale stanza” e rinforzava segretamente l’unione matrimoniale tra Ulisse e Penelope).
Dell’olivo mi affascina quel suo tronco attorcigliato e scanalato dal tempo, tanto che nell’osservarlo uno si chiede come possa stare in piedi e dare linfa ai suoi frutti; mi conquista la sua sorprendente longevità (ne esistono tantissimi plurisecolari, alcuni addirittura millenari);  e mi ispira, ogni qual volta lo guardo, un piacevole senso di pace, di forza e di arcaica saggezza. Confesso che quando mi trovo a camminare tra i miei olivi nel Cilento, alcuni secolari altri piantati dal sottoscritto solo una ventina di anni fa (ho ereditato da mio padre un piccolo terreno situato su una collina),  non mi stanco mai di ammirarli. Potrei stare lì delle ore in solitaria contemplazione, avvolto dal silenzio e protetto dalla loro imponenza. Quella vista mi commuove e mi rende felice. In tali occasioni mi viene sempre in mente quello che scriveva Giuseppe Dessì in un suo famoso romanzo ambientato nella Sardegna dei primi anni del ‘900, “Paese d’ombre”, a proposito di queste piante che sembrano sfidare il tempo ovunque esse si trovino, in Sardegna come nel Cilento:

“… erano simili a enormi pachidermi, con il loro tronco colossale, sproporzionato e gibboso (...) Il ragazzo camminava nell’oliveto silenzioso, e camminando contava gli olivi. A vederli dalla strada, sembravano tutti uguali; ora invece, per la prima volta, si accorgeva che erano diversi: avevano ognuno una fisionomia particolare, come persone. Se guardi da lontano la gente che affolla una piazza, o una processione che ti viene incontro, ti sembra che tutte le persone siano uguali: se invece ci vai in mezzo ti accorgi che si assomigliano, ma nella somiglianza sono diverse. Così era anche per quegli alberi di cui percepiva il silenzio, non come si percepisce il silenzio delle cose, ma come si percepisce il silenzio di persone che stanno zitte e pensano “. Forse solo un grande poeta potrebbe trovare parole più belle per descrivere quello che si prova camminando tra gli olivi.
Mi domando: ma esistono ancora in questa nostra società supertecnologizzata “persone che stanno zitte e pensano”? Guardandomi in giro (per strada, sui mezzi pubblici, nei locali…) vedo solamente persone che parlano ad alta voce con un telefonino o smanettano come indemoniati sui tasti del loro giocattolo più amato. Forse costoro non hanno mai visto un olivo, se non in fotografia; forse hanno paura del silenzio e non pensano, presi come sono a navigare in un mondo sempre più virtuale e lontano. Mi viene da pensare che oggi stanno zitti e pensano soltanto quei vecchi contadini ormai condannati a sparire, il cui corpo ricurvo, i cui volti bruciati e rinsecchiti dal sole, le cui mani nodose per il duro lavoro nei campi, ricordano proprio le forme irregolari di questo albero antico e meraviglioso: l’olivo. Credo che il contadino, nella sua accezione più vera, sia ormai una figura in via di estinzione; l’olivo, invece, l’unica pianta che davvero gli somiglia, con le sue nodosità ed i suoi tronchi contorti, con le sue belle foglie argentate, resiste al passare dei secoli ed appare come una presenza quasi umana, senza tempo. Eterna. E’ un autentico monumento naturale: andrebbe salvaguardato…studiato…osservato. Le scuole, di ogni ordine e grado, dovrebbero organizzare visite guidate negli oliveti e nei frantoi. Ognuno di noi dovrebbe provare - almeno una volta nella vita - a raccogliere manualmente le olive e seguire tutte le fasi della lavorazione. Vi assicuro che quando ci si arrampica su una pianta di olivo muniti di un piccolo rastrello per “pettinare” i suoi rami carichi di olive - che vanno poi a cadere su un apposito telo steso per terra intorno all’albero – si prova una intensa e bellissima emozione. E’ un’ esperienza umana unica, degna di essere vissuta, che ci rimanda a una dimensione della vita più semplice e genuina, lontana dal caos, dalla fretta, dalle macchine. Potersi, poi, portare a casa il proprio olio extravergine rappresenta il giusto coronamento di un percorso lavorativo, fonte di piacere e soddisfazione. Un modo per apprezzare ancora di più l’origine di quel gesto semplice e genuino che si perde nella notte dei tempi: versare un filo di olio di oliva (il nostro olio) su una fetta di pane.

domenica 8 ottobre 2017

Il silenzio delle cicale



Con il suo romanzo di rara bellezza che si intitola “Il silenzio delle cicale” (pubblicato nel 1981 da Garzanti editore), lo scrittore piemontese Gian Piero Bona (nato a Carignano 91 anni fa) racconta la storia della decadenza economica e morale di una ricca e nobile famiglia di origine austriaca - trapiantata in Italia - in un arco di tempo relativamente breve che va dal 1930 al 1950. E lo fa attraverso la voce narrante di un suo rampollo, Tristano Baumgrille, il quale, sulla soglia dei cinquant’anni - musicologo squattrinato in un caffè-concerto sulle rive del Danubio - ritorna dopo circa venti anni nel paese della sua infanzia, in quella sontuosa dimora in stile fascista (ormai di proprietà dello Stato) situata sul dolce pendio di una collina nei pressi di Torino, dimora che aveva visto l’ascesa e poi progressivamente la rovina dell’ illustre casata. La vicenda può essere inquadrata nel filone delle grandi saghe familiari, un genere letterario che annovera molti capolavori della letteratura: da “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa a “I Vicerè” di de Roberto, da “A Dio piacendo“ di  d’Ormesson  a “I vecchi e i giovani” di Pirandello.  Tanto per ricordare qualche titolo. Libri che ho letto e riletto nel corso degli anni, e sempre con rinnovato piacere.

Scritto con una prosa colta e raffinata, a tratti ironica e velata  di  malinconia, credo che “Il silenzio delle cicale” (oggi fuori catalogo) abbia avuto meno successo di quanto meritasse. I personaggi sono incredibilmente simbolici, rappresentativi di quella particolare classe sociale - borghese ed aristocratica - sempre al traino del potere dominante, che consumava la propria esistenza tra vaniloqui familiari inconcludenti ed insulsi, pranzi all’aperto, concorsi di bellezza per cani, vacanze nelle stazioni termali e partite di tennis…La caduta di questa famiglia – metafora del crepuscolo della borghesia europea all’indomani della seconda guerra mondiale - va vista non solo come la naturale conseguenza del disordine socio-economico dilagante in quel periodo, ma anche come mancanza di sentimenti morali da parte dei suoi rappresentanti.

L’unica figura che appare diversa, direi di autentica rottura rispetto ai personaggi descritti nel libro è proprio Tristano, “il poeta della famiglia”  (come veniva soprannominato), poco attento alla salvaguardia del casato di appartenenza, di cui ne evidenziava l’ipocrisia, troppo educato e sensibile rispetto all’ambiente circostante “cresciuto nella retorica della guerra e maturato nei disastri della sconfitta”, rinunciatario e perdente, “eccessivamente predisposto alla delicatezza della vita e alla bellezza del pensiero”, in forte contrasto con il cugino Italo, icona dell’uomo fascista, volgare ed ossessionato dai fucili e dall’enfasi della forza fisica, egoista e vanitoso. Nel suo viaggio di ritorno, in quella villa che non esisteva più così come lui l’aveva conosciuta, dove tutto era cambiato - quasi a voler rimarcare l’evidenza che nulla poteva sopravvivere al trascorrere lento ed inesorabile del tempo - Tristano ripercorre a ritroso il suo passato: si rivede adolescente, quando andava a giocare a carte nelle osterie con i contadini della zona e ritornava a casa “entusiasticamente ubriaco di rozzezza”,  nonostante sua madre lo riprendesse perché “comprometteva la dignità del suo nome in una taverna di ubriachi”; si rivede collegiale solitario, ossessionato dal peccato e studente modello destinato a un grande avvenire; si rivede maggiorenne alla sua prima visita in un bordello “annebbiato dal rimorso ardente non per il male in sé, ma per la sua ineleganza”; si rivede inadeguato e a disagio, prigioniero delle sue pene d’amore e del suo rapporto conflittuale con la madre, una donna frivola e falsa nei cui confronti provava un forte sentimento di ripugnanza, in contrapposizione al sentimento di pena che gli infondeva suo padre, il Colonnello Max Baumgrille, ma anche industriale, scrittore e politico fallito, sul cui volto poteva leggere “quel dramma coniugale che da trentacinque anni era sopportato in silenzio”, un uomo onesto e ingenuo che non sopportava la vanità del suo ambiente, che mal digeriva la dilagante industrializzazione e soffriva nel vedere i filari dei pioppi della sua terra falciati dalle prime costruzioni nucleari “le oscure strutture della stoltezza umana avanzanti”. Tristano è un personaggio colto e intelligente, così anomalo e raro nel panorama delle famiglie ricche e aristocratiche della società italiana del ventennio fascista, una figura scomoda che scandalizzava i salotti, osava intrattenersi con le persone più umili, indipendente e ribelle, quel tanto che bastava per sradicarlo dall’ordine borghese e dall’ottusità sociale. Ma è anche un uomo rinunciatario e pigro che viveva l’egoismo del suo mondo “con la maschera dell’indifferenza”,  che avrebbe voluto fuggire di casa, ma non riusciva, per la sua inettitudine, a staccarsi da quella villa, diventata con gli anni la sua tomba.

Attraverso i tanti personaggi che affollano il libro, Gian Piero Bona dipinge il grande affresco di una famiglia alla deriva, arroccata nei suoi antichi privilegi e avulsa dalla realtà, una famiglia alla ricerca disperata della propria sopravvivenza, che viene progressivamente divorata dai debiti e dalle difficoltà economiche, in un contesto storico di grandi rivolgimenti e trasformazioni sociali. Una famiglia che si estingue così come le cicale (Baumgrille, il nome di famiglia, vuol dire cicala) cessano lentamente di cantare.

mercoledì 27 settembre 2017

Correre al parco



Negli ultimi tempi mi sono lasciato convincere da chi sostiene che una corsetta giornaliera, ma anche una camminata con andatura spedita per un’ora circa, aiuti a tenere sotto controllo pressione, peso, circolazione sanguigna e colesterolo. E così, persuaso da questi effetti benefici, sono diventato un assiduo frequentatore di un parco pubblico che si trova nelle immediate vicinanze della mia abitazione. Là ritrovo, tutti i giorni, un variegato campionario di casi umani - di ogni età, di ogni peso, di ogni misura - che si cimenta intrepidamente in attività sportive all’aria aperta:
c’è  chi porta a spasso, con nonchalance, i suoi 120 chili abbondanti con pancia incorporata, sforzandosi di apparire leggero e agile come una libellula;

c’è la signora che corre con il cane (e il cane sempre avanti), la quale con il fiatone lo chiama e lo redarguisce: Cesareeee, vai pianooo (lei si chiama Fuffi);
c’è il senzatelefoninosareimorto che, con un po’ di affanno, corre e parla ininterrottamente (… questioni urgenti e indifferibili) e c’è quello che il cellulare lo porta legato con una fascetta al braccio (non si sa mai…dovesse chiamare il Presidente degli Stati Uniti d’America!);

c’è chi si estrania dal mondo ascoltando musica con le cuffie (evidentemente non sopporta sentire i suoi passi, né la fatica del correre, né il gracchiare delle cornacchie che nel parco sono le padrone);
c’è il “campione” che ti supera altezzoso in velocità, e sembra volerti dire: levati di torno che mi intralci;

c’è il ragazzo giovane e bello, con la sua fidanzata giovane e bella, che vedendoti affaticato e a corto d’ossigeno ti guardano con apprensione, pronti a chiamare l’ambulanza;
c’è il letterato che legge il giornale camminando (la gazzetta dello sport, tanto per stare in tema), come se lui si trovasse nei giardini della scuola peripatetica di Aristotele;

c’è il temerario, che corre a petto nudo anche a 40 sotto zero, al contrario dell’eccentrico, che galoppa imbacuccato di tutto punto anche sotto il solleone;
c’è nun c’à facc’ cchiù che si trascina eroicamente pur di arrivare alla meta, erede del leggendario eroe greco Filippide;

c’è il perfezionista che consulta l’orologio (o il cronometro) ad ogni metro, alla disperata ricerca di battere qualche suo record personale;
c’è la signora di una certa età, di antica bellezza, che sfoggia la sua tuta coloratissima e griffata, interessata più al suo look che alla corsa;

c’è il gruppo di pensionati (età media 85 anni) che non sembrano avere problemi respiratori, tant’è che trotterellano allegramente interrogandosi sui grandi temi dell’esistenza: quest’anno la Roma riuscirà a vincere lo scudetto?
c’è il palestrato che con il suo fisico bestiale, tatuato a mò di carta geografica, sembra voler  irridere i poveri mortali;

c’è poi un simpatico personaggio - unico nel suo genere – che ha la bellezza di 96 anni (ha fatto la campagna di Russia nella seconda guerra mondiale) ed ogni mattina non può rinunciare a fare i soliti quattro passi, perché se mi siedo non mi alzo più: sinceramente, mi preoccuperei se un giorno non dovessi più vederlo;
e c’è, per finire, lo scrivente che corre (si fa per dire), sbuffa e osserva e si rispecchia nei volti sudaticci, affaticati e stravolti (ma felici) dei suoi compagni di corsa, illudendosi di dare smalto ed elasticità al suo fisico ormai malconcio.

lunedì 18 settembre 2017

"Quel che resta" : il felice connubio tra rovine e bellezza



“l’inizio di un luogo è legato spesso alla fine di un altro”

“Ho cominciato a raccogliere memorie di luoghi abbandonati, in via di abbandono, a rischio spopolamento e svuotamento quaranta anni fa”. Così l’antropologo calabrese Vito Teti inizia “Quel che resta – l’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni” (Donzelli editore), un bellissimo libro che si colloca tra il saggio antropologico e il romanzo, il diario intimistico e il reportage. “I grandi antropologi – scrive Claudio Magris nella prefazione del libro – sono insieme storici, archeologi che scavano nello spazio e nel tempo, nel passato e anche nel presente, e per questo sono, nel senso forte, dei poeti”.
Io credo che sia davvero raro trovare, nel firmamento letterario dei nostri tempi, un’opera così appassionante che sappia fondersi tra analisi storico-antropologica e poesia, sentimento e ragione. Con questo suo libro Teti riesce a toccare le corde più sensibili del nostro animo: ci fa commuove e riflettere sul senso della vita e della morte e su “quel che resta”: di esperienze passate, di tradizioni, di storie, di legami, di memorie, di paesi che si spopolano e muoiono. E lo fa attraverso un racconto a tratti autobiografico, intriso di malinconia e di poesia, un viaggio tenero e affettuoso nell’Italia “dei paesi, tra abbandoni e ritorni”, come recita il sottotitolo. I paesi abbandonati, la case chiuse che custodiscono le memorie degli antichi abitanti, le rovine che restano a testimoniare un antico passato “possono continuare a vivere – scrive l’autore - soltanto attraverso la letteratura e la scrittura. Gli oggetti, i materiali, le cose, le parole del mondo perduto e sommerso rivivono, almeno per un attimo, nel momento in cui vengono nominati”. Perciò, fino a quando ci sarà qualcuno che ricorda un paese e mantiene viva la sua memoria, ne ricostruisce la sua storia, quel paese non scompare del tutto. E continua a vivere.

I resti di città e monumenti, che assurgono a testimonianza di antiche civiltà, hanno sempre esercitato su di noi fascino e attrazione e, almeno a partire dal Settecento, è difficile immaginare la bellezza in modo separato dalle rovine. L’autore del libro fa notare che sempre più spesso le rovine del passato convivono con le rovine/macerie del presente, quest’ultime provocate dal passare del tempo, dall’incuria dell’uomo, ma anche dalle calamità naturali: come quelle case costruite con chissà quali speranze e troppo in fretta abbandonate, oppure come quelle nuove costruzioni in cemento, a più piani, lasciate incompiute che finiscono per deturpare in maniera violenta il paesaggio o come quelle vecchie case di paese diventate ruderi a seguito della morte degli originari proprietari, ma anche a seguito della loro partenza verso paesi lontani. E come dimenticare, poi, le macerie di interi paesi distrutti dal terremoto, che stanno lì a testimoniare la furia devastatrice del sisma e soprattutto le tante, troppe, vite spezzate. Certo, bisogna sempre distinguere tra macerie e rovine: le macerie non parlano, sono “un puro ingombro, vuoto a perdere”, le rovine, al contrario, ci ricollegano “a un tempo passato che dura nel presente...possono rappresentare memoria, ma anche vita, diventare elementi di un diverso sentimento dei luoghi”. Ma sono soprattutto le case abbandonate che hanno la forza di stabilire “collegamenti tra coloro che sono rimasti e coloro che sono partiti”. E coloro che sono partiti rappresentano la ragione principale dello spopolamento di un paese, nella Calabria raccontata da Teti così come in qualsiasi altro luogo dell’Italia. Con l’emigrazione di massa degli anni passati - che ha interessato soprattutto le regioni meridionali - intere comunità si sono frantumate e disperse dando origine in territori lontani (Americhe, Francia, Germania ecc.) a “paesi doppi”, i sosia dei paesi d’origine. Una sorta di dilatazione del luogo nativo. Muoiono i vecchi paesi e rinascono in altre terre. Da qui – secondo Teti – è nata la malinconia, intesa come “sentimento e condizione dell’uomo errante, sradicato, esiliato, come manifestazione di nostalgia autentica e non retorica dell’individuo che abbandona, per necessità o per scelta, la casa, l’universo d’origine”. E quando si torna – ma forse si parte per non ritornare mai - tutto è cambiato e niente è più come prima: in primis la casa, che se non è stata venduta o ristrutturata, appare come un rudere, è circondata dai rovi, è irriconoscibile. Colui che si è spostato e colui che è rimasto nel posto si percepiscono l’uno come ombra dell’altro.
E’ un libro che fa riferimento a tantissimi altri testi di storia e di antropologia e “dopo averlo letto – scrive Magris – si sta un po’ meglio, ci si sente meno smarriti di fronte all’andirivieni delle cose, del mondo, di noi stessi. Non è un dono da poco”. Per concludere, vorrei dire che io non ho la pretesa di consigliare a qualcuno i libri che leggo. La lettura è sempre personale, legata al nostro modo di essere, alla nostra cultura, alla nostra sensibilità. Tuttavia, se proprio dovessi farlo in questa occasione, consiglierei la lettura di “Quel che resta” a tutti coloro che sanno cogliere la bellezza struggente che evoca l’immagine sotto riportata e sanno riconoscere quel filo sottile che lega le rovine alla caducità del tempo, che tutto modifica. Meno l’anima, che comunque resta e si percepisce nell’osservare sia le rovine dell’antichità che quelle del presente, la maestosità di un tempio dell’antica Grecia come l’arcaica bellezza di una vecchia casa in pietra abbandonata e intrisa della vita delle persone che l’hanno abitata e posseduta.
Roscigno vecchia (SA)
 

mercoledì 6 settembre 2017

Ceronetti e il suo viaggio nell'Italia invisibile



“Quella che vedo e vado percorrendo è un’Italia ormai completamente stravolta, sfigurata e priva di senso”

“La gamba ancora inferma, e troppi libri nella valigia. Il bagaglio mi pesa, qualcuno dovrebbe portarmelo, apparendo e sparendo al momento giusto. Prenderò treni, corriere, taxi; andrò a piedi”. Questo l’incipit di “Un viaggio in Italia”, intrapreso da Guido Ceronetti oltre 30 anni fa (tra il 1981 e il 1983), su richiesta dell’Editore Giulio Einaudi - che di recente ha ristampato il libro – il quale conosceva molto bene lo stile pungente del suo conterraneo. Quello di Ceronetti, è un vagabondaggio senza una meta precisa in lungo e in largo per l’Italia degli anni ‘80, attraverso grandi città e piccoli paesi di provincia, alla scoperta di piazze, monumenti, chiese, musei, con un’attenzione particolare a quei luoghi marginali come i cimiteri e gli ospedali, le case di cura e le carceri, le stazioni ferroviarie e i manicomi, i locali pubblici e le zone industriali. E’ soprattutto il racconto di quell’Italia non riportata nelle guide turistiche, che non appare nelle cartoline illustrate; quel Paese invisibile, poco conosciuto, che esiste ma che a volte viene nascosto oppure visto diversamente da come si presenta. Questo suo reportage è una sorta di diario sui generis affollato di pensieri, riflessioni corrosive sui costumi degli italiani, epitaffi funerari intravisti nei cimiteri, scritte rilevate sui muri dei luoghi visitati, sui manifesti pubblicitari, nelle sale d’aspetto delle stazioni. E’ una lunga e graffiante denuncia di brutture urbanistiche, di degrado e devastazioni ambientali susseguenti al boom economico, ma è anche un elenco di volgarità comportamentali che feriscono e indignano l’autore.
Ceronetti  inizia questo suo originale viaggio da Trieste “che non ha voglia di riprodursi, abortisce molto…e che di notte è un po’ Calcutta, sommersa dalla carta sporca” per colpa soprattutto degli Slavi. Vede, poi, una Genova “tristemente sfigurata…e quella che stanno progettando sarà bruttezza infinita”. Fino a Voltri “tutto è incubo industriale”. A Pavia trova una città deserta e resta sbigottito nel conoscere il motivo che la svuota: sono tutti davanti al televisore a guardare una partita di calcio della nazionale. A Milano “niente è bello, eccetto il castello. Questo simbolo della pura forza è l’unica immagine di gentilezza che la città conservi. Antenati bruti, ma spirituali”. Assiste a comportamenti di “bestialità pura” in Piazza della Scala dove una banda di giovinastri “tra gli sghignazzamenti” prende a calci un povero piccione che non riesce a volare. Nota che a Firenze “il rumore di motori è sempre più intollerabile, la sua escandescenza più persecutrice”. Ma Firenze è anche “un luogo arcano, un’arcana conca spirituale”. Trova delizioso il vecchio albergo Universo di Lucca, dove lui si può abbandonare “al piacere di essere triste”. E, sempre a Lucca, visita il vecchio ospedale in abbandono dove gli sarebbe piaciuto fare il medico “tra i busti e le crepe, avviluppato nel grande lenzuolo della sofferenza umana, prescrivendo pochissimo, tisane e qualche cardiotonico, aiutando a morire bene, con poco dolore, gli incurabili, chiudendo finestroni, rincalzando coperte, leggendo poesie ai più intelligenti”. Palladio, a Vicenza, non gli piace perché “privo di anima” e poi “gli raggela il cuore”. Esplora poco il Mezzogiorno perché – scrive – “non mi adattavo al suo vivere, lo scempio era già troppo avanti”. Però trova tempo, modo e parole per farsi sentire e, forse…per farsi odiare. Scrive, infatti, che Napoli “è uno dei peggiori luoghi d’Italia”. Ma, tanto per capirsi, lui non ce l’ha solo col meridione d’Italia perché “tutta intera questa nazione non è più che uno sbubbonare di tante Napoli, che se anche non sanguinano come Napoli, ne riproducono sintomi, crolli, abbrutimento”. Visita Salerno, la cui bruttezza “è deprimente”. Invece la bruttezza di Messina è “diffusa bene, come un cancro”. E mentre a Catania “la gente usa le strade con inciviltà spaventosa, dove non c’è di bello che quel che è in sfacelo”, i paese etnei “sono orribili aggressioni di geometri deliranti, incrostazioni di rogna sulle pendici sublimi”. Annota, nel suo peregrinare per la Sicilia, che il paesaggio dell’isola “velato dalla pioggia è di un’irraggiungibile bellezza; perde con il sole”. Si consola con la bellezza di Noto che è “accecante”. Aci Trezza, invece, è “un lebbrosario edilizio, un luogo sciagurato”. E scappa a precipizio da Taormina, soffocata dal turismo di massa “che non è la presenza di qualcosa, ma la privazione a pagamento di tutto”. Nei pressi di Augusta resta affascinato da una visione bucolica: “un solitario aratore affondava l’erpice tirato da due magnifici cavalli bruni in un piccolo campo. Era certamente conscio – scrive Ceronetti – di essere, col suo campetto e i suoi cavalli da Iliade, condannato a sparire, eppure arava, con pazienza, con disprezzo, con umiltà, con sapienza. Un Dio in incognito, un Dalai Lama in esilio, un simbolo, o semplicemente un uomo forte e tranquillo. Non sapeva che quel suo erpice è una spada, che il luogo dove arava ha il segreto nome di Termopili”. Visitando Reggio Calabria, non riesce a sopportare la bruttezza delle sue strade “la via centrale, interminabile, americana, non arriva in nessun posto”. E non poteva mancare la visita ai Bronzi di Riace “che sono divorati da una folla insaziabile” che non si stanca mai di ammirare quei glutei “sublimi” capaci di ridestare “anche le nostre vecchie chiappe malaticce…Un’industria prospera su di loro, se ne vendono le immagini a migliaia di migliaia”. E che dire, poi, dei calabresi: a suo dire hanno tutti una faccia concentrata e “sembrano, anche non pensando, una nazione di filosofi”.

Ha parole durissime nei confronti del suo prossimo e delle persone che incontra durante il suo girovagare. “Vorrei non avere più niente in comune con l’uomo – afferma - essere un puro pensiero che ne ignora la miseria e la figura. Vendicarsi di lui col silenzio, col rifiutargli la parola”. E ancora: “Sto su un bel tappeto di muschio, tra le cicale, di qua e di là ho soltanto montagne. La felicità è di non vedere esseri umani, una tregua al bisogno di servirsene e di servirli”. Sostiene che il popolo italiano “dopo tanta storia, è più che mai rincretinito…non c’è un vero cittadino in queste città, come non c’è un vero spirituale in questo paese cristiano”. Se la prende anche con la cucina italiana “fatta di scarti, senza più idee, misurata sul gusto indecente del turista-di-massa”. Pensate: lo dice uno che è vegetariano. Per la cena di San Silvestro, si trova a Siena, mangia nella camera d’albergo: “miglio e zucca, finocchio crudo, ricotta con confetture di castagne, cavallucci di Siena, olive, poi tisana di eucalipto, mentre fuori tutti addosso ai ravioli e alle povere bestie massacrate per festeggiare, tra nuvolaglie di fumo e stappamenti di micidiali bottiglie”.
“Mio Dio – scrive Ceronetti, evidentemente in un momento di sconforto - quant’è brutta l’Italia! Di bellezza restano poche, assurde tracce: beato chi le ritrova e le segue, fuori di questo mondo”.

Un libro cinico e appassionato con cui riflettere, con pagine memorabili di sferzante ironia, scritto con intelligenza da un grande intellettuale dei nostri tempi, che probabilmente fa storcere il naso a tante persone. E’ una sorta di excursus nel variegato pensiero dello scrittore piemontese, che ho imparato a conoscere attraverso la lettura di qualche suo precedente libro; è, per finire, il solito controverso Ceronetti - oggi novantenne - senza peli sulla lingua, sempre disorientante e catastrofico, colto e divertente, pungente e arguto, che usa la penna come fosse una frusta. Tanto da apparire irriverente, razzista, irritante, provocatorio, antipatico.